24 Settembre 2004

Pausa pranzo: scontro sui prezzi

Pausa pranzo: scontro sui prezzi tra le associazioni di ristoratori e consumatori


Un panino a mensa, un piatto di pasta e un contorno al ristorante, una fetta di dolce al bar. Sono sempre di più gli italiani che mangiano fuori casa: 11 milioni di persone che consumano la loro pausa-pranzo lontano dal desco familiare, mettendo in moto un giro d?affari di ben 46 miliardi l?anno. E spendendo meno che negli altri Paesi europei. Questo, almeno, sostiene la Fipe-Confcommercio riportando i risultati di un?indagine svolta dalla Federazione europea delle associazioni nazionali di alberghi, ristoranti e bar.
La mensa piace poco. Sei miliardi di pasti consumati fuori casa ogni anno, ma soprattutto in ristoranti e bar che si spartiscono, i primi in ragione del 65%, i secondi del 35%, 40 dei 46 miliardi della «torta». Secondo la ricerca, il prezzo di un pasto completo con antipasto, piatto principale e dessert (bevande escluse) in Italia può andare, in un ristorante medio, da un minimo di 16 a un massimo di 20 euro. In un locale di lusso, invece, si va da 36 a 45 euro. Valori che sono in linea o anche inferiori a quelli registrati in Europa, dove in un ristorante medio si spendono tra i 15,9 e i 22,9 euro e in uno di alto livello tra 38,1 e 50 euro.
La Fipe contesta così l?idea che l?Italia sia diventato uno dei Paesi più cari sul fronte della ristorazione: gli ultimi dati disponibili sulla variazione dei prezzi nel comparto, ricorda, registrano una crescita tendenziale ad agosto del 4,5%. L?associazione che raccoglie ristoranti e bar, sottolinea però che le abitudini alimentari sono ormai cambiate, con il pasto completo che ha lasciato il posto a quello formato da due portate: «Il pasto destrutturato – afferma così la Fipe – ha imposto alle imprese un intervento sui prezzi per tenere in equilibrio i costi di gestione». A giudizio dei ristoratori, dunque, l?Istat non dovrebbe più rilevare i prezzi sulla base del pasto completo, ma su quella del «prodotto oggi effettivamente consumato al ristorante».
Di tutt?altro avviso le associazioni riunite nell?Intesaconsumatori: la pausa pranzo mentre si lavora, sostengono, è aumentata dell?83% in più rispetto al 2001. Secondo i calcoli fatti dall?intesa, per esmpio, il prezzo di una margherita è aumentato del 109 per cento, quello di una bottiglina d?acqua del 96%. Rincari dovuti, secondo i consumatori, alle «speculazioni legate all?euro». I costi per ristoranti e bar, spiega però la Fipe aumentano «a partire dal lavoro e dalle materie prime, per finire alle numerose imposte locali, che rischiano di mettere in ginocchio un sistema di ristorazione che è un patrimonio del Paese». È quindi «necessario alleggerire le imprese dei tanti adempimenti amministrativi» e «riguadagnare terreno nei confronti dei consumatori secondo una logica di filiera». In sostanza, «il sistema produttivo deve assumere comportamenti più virtuosi nei riguardi delle piccole imprese di ristorazione anche in merito alle politiche di prezzo». Perché «ipotizzare blocchi dei prezzi al di fuori di una logica di filiera e di mercato è inutile».
Con la sua ricerca, la Fipe fotografa anche le nuove abitudini di vita degli italiani. Dal 1988 ad oggi, la spesa per i consumi alimentari fuori casa, è cresciuta dal 24,9% al 30,9% del totale, mentre quella per i pasti in casa è scesa dal 75% all?attuale 69%. Tra vent?anni, stimano gli esperti, le due quote quasi si equivarranno, attestandosi a un 46% di spesa per i pasti fuori casa e al 54% per quelli tra le pareti domestiche.

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