27 Maggio 2010

L’odissea del libraio: una beffa per ogni linea

«Io sono un masochista della Telecom…». Non resta che l’autoironia, a Giovanni Turano, il titolare della libreria Punto Einaudi di Como. Dopo aver battagliato per quasi dieci mesi con l’azienda telefonica, che gli aveva addebitato 378 euro di bollette per un numero d’ufficio mai attivato, ha subito un secondo, e non meno incredibile disguido, per la linea di casa.
La prima puntata della «mia Odissea con Telecom», come la definisce lo stesso Turano, era uscita a febbraio, quando ancora attendeva una conclusione: scrivemmo, allora, che il libraio, supportato dal Codacons, aveva deciso di rivolgersi al garante per le Comunicazioni, visto che Telecom non aveva recepito nessuna delle plurime segnalazioni (dal fax alla raccomandata) con cui il libraio aveva contestato l’infondatezza delle bollette che gli venivano recapitate per un numero inesistente, lo 031/26.31.64. Per Telecom era soltanto «momentaneamente irraggiungibile», come rispondeva un messaggio preregistrato a chi tentava di comporlo. La segnalazione del "caso" al garante è servita? «Sì – dice Turano -. Hanno smesso di pretendere le somme non dovute e mi hanno anche chiesto scusa». Era, però, soltanto la fine della prima puntata. La seconda è cominciata di lì a poco, quando Turano ha deciso di disdire il numero di casa, che ormai non usava quasi più. «Ho seguito le solite procedure, mandando la comunicazione a mezzo fax – riferisce il libraio -, ma anche in questo caso hanno continuato a chiedermi soldi. Alla fine ho pagato, per evitare contenziosi, chiedendo però una verifica della mia posizione. Dopo che hanno controllato tutto, mi hanno scritto dicendomi che avevo ragione, pertanto mi restituiranno 70-80 euro. Ma non so quando».
Altri, a questo punto, avrebbero cambiato gestore telefonico. Turano, invece, rimane fedele a Telecom. «Ormai mi sono abituato – scherza ma non troppo -. Il problema è che, quando vanno a fare i riscontri delle pratiche, cominciano dalla lettera A e finiscono alla Z. La T non hanno il tempo di verificarla bene. Un po’ come a scuola: ora che ti chiamano, fa in tempo a terminare la lezione». È quasi più semplice cambiarsi il cognome all’anagrafe: «Mi dovrei chiamare Arano».
 

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