2 Marzo 2005

L?eredità pesante di Tesauro e la prima sfida per Catricalà

L?eredità pesante di Tesauro e la prima sfida per Catricalà contro i grandi dei telefonini

Il nuovo garante si insedierà il 9 marzo

È un rompicapo quello che Antonio Catricalà si troverà ad affrontare da quando, il 9 marzo, siederà sulla poltrona di presidente dell?Antitrust come successore di Giuseppe Tesauro. L?istruttoria lanciata ieri dal Garante per la concorrenza punta infatti per la prima volta, dopo tanti provvedimenti sulla telefonia fissa, a guardare in profondità agli equilibri che si sono formati nel ricchissimo mercato italiano delle telecomunicazioni mobili. Un?indagine insidiosa che ha preso le mosse in gennaio e alla quale, paradossalmente, l?Antitrust ha dato il via libera definitivo il 23 febbraio, in una riunione cui Tesauro non era nemmeno presente. L?ipotesi, tutta da verificare, è che Tim, Vodafone e Wind abbiano abusato (anche con intese tra loro) della posizione dominante che detengono sul mercato wireless per impedire l?accesso ad altri operatori e mantenere artificialmente alti i prezzi per i consumatori. Nel ruolo di grandi accusatori ci sono, da un lato, il Codacons, e dall?altro una pattuglia di società di telecomunicazioni (prima per dimensione la scandinava Tele2) che non dispongono di una propria rete cellulare e che contestano il rifiuto da parte di Tim-Vodafone-Wind di cedere loro traffico telefonico all?ingrosso, in modo che possano poi rivenderlo al dettaglio.
Terreno scivolosissimo. Per capirlo basta ricordarsi che alla base dell?attuale vicenda c?è quella delibera 544 (che in un certo senso fa da «legge» alla concessione delle licenze umts) con cui nel 2000 l?Authority per le Comunicazioni ha preferito non imporre agli operatori dotati di una propria rete l?obbligo di cedere traffico a operatori «virtuali» (cioè quelli senza una rete autonoma) e ha anzi rinviato l?ingresso sul mercato degli operatori «virtuali» a una data lontana: «Almeno 8 anni dopo l?avvio dell?attività commerciale». In altri termini, la prima società con licenza umts a lanciare il proprio servizio è stata H3g nel marzo 2003 e, dunque, l?ingresso di operatori «virtuali» è rimandato al 2011. Lo stesso ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, del resto, poche settimane fa ha ribadito il concetto: «Non credo – ha detto – che sul mercato ci sia spazio per introdurre la figura dell?operatore virtuale». Solo che, in quel labirinto kafkiano che sono i regolamenti del settore, uno spiraglio, per nebuloso che sia, resta aperto per un?altra figura «senza rete»: il cosiddetto enhanced service provider, una specie di rivenditore di traffico telefonico che differisce dall?operatore «virtuale» solo per poche sfumature. Quel che è certo è che la partita aperta (con Tele2, non a caso, operatore «virtuale» per eccellenza) ha un?alta posta in gioco. Nel senso di un potenziale effetto rivoluzionario sul mercato italiano delle comunicazioni mobili. L?istruttoria antitrust potrebbe infatti sfociare in un via libera, come è successo per esempio in Gran Bretagna, a nuovi operatori che non hanno mai investito per creare una propria rete. Oppure, al contrario, potrebbe confermare intatto l?attuale scenario,dominato da quattro gruppi (Tim, Vodafone, Wind, più H3g) che per conquistare milioni di consumatori, creando anche migliaia di posti di lavoro, hanno investito in questi 4 anni circa 30 miliardi di euro.

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