27 Novembre 2011

«Penale illegittima, condannata la Wind»  

«Penale illegittima, condannata la Wind»
 

 Catania. Le aziende di telefonia mobile non possono applicare in caso di recesso anticipato penali ai contratti stipulati da titolari di partita Iva (cosiddetti contratti business) se il telefonino è per uso privato. Lo ha disposto una sentenza del Giudice di pace di Catania, dott. Rosa Anna Tremoglie che con il dispositivo n.3867/11 ha annullato alcune fatture che la Wind inviato a una cliente di Catania per il pagamento della penale causata dal recesso anticipato del contratto, pronunciandosi sull’ illegittimità e vessatorietà delle clausole che prevedono l’ applicazione di risarcimenti in caso di recesso anticipato e imponendo all’ azienda la pubblicazione della sentenza su La Sicilia e La Repubblica. A dare notizia della sentenza è il Codacons che ha assistito una signora catanese che si era rivolta alla associazione in difesa dei cittadini per denunciare la richiesta del pagamento della Wind e chiedere l’ annullamento delle fatture. «In definitiva – spiega l’ avv. Agata Katy Leonardi – è stata accolta la tesi del Codacons – che insiste da anni sul disvalore sociale di alcune pratiche delle società di telefonia e sulla necessità di condanne esemplari tendenti a riequilibrare lo sbilanciato rapporto tra utenti e società. In sintesi – aggiunge – anche nei contratti di telefonia stipulati da contraenti titolari di partita iva, i contratti chiamati business, le penali per recesso anticipato sono illegittime se il contratto è stato stipulato per uso privato. Nel caso in esame il contraente deve essere inquadrato a tutti gli effetti nella nozione di consumatore, definito all’ art. 3 lett. a) del D.lvo 206/2005, c.d. Codice del Consumo, come la persona fisica che agisce per scopi estranei all’ attività imprenditoriale, e non nella diversa nozione di professionista, definito all’ art. 3 lett. c) come la persona fisica o giuridica che agisce nell’ esercizio della propria attività imprenditoriale, con conseguente applicazione della normativa di maggior tutela prevista dal Codice del Consumo». Il giudice di pace, nel suo dispositivo si è rifatto anche alla legge Bersani, nel punto in cui stabilisce che «I contratti di adesione stipulati con gli operatori di telefonia devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto senza vincoli temporali e senza spese non giustificate da costi dell’ operatore». Sul punto sollevato da Wind che ha sostenuto che il giudice competenze doveva essere il giudice del luogo della sede legale di Wind, cioè Roma, il legale del Codacons precisa: «Trattandosi di consumatore il giudice competente a giudicare è quello del luogo di residenza o di domicilio del consumatore e non quello della sede legale della società di telefonia. Si tratta – ha aggiunto l’ avv. Leonardi – di una decisione di grande rilievo infatti: se il contraente per difendere le proprie ragioni deve promuovere la causa innanzi al giudice del luogo della sede della società nella quasi totalità dei casi rinuncerà a difendersi ritenendolo economicamente dispendioso». «La sentenza è una decisione importante – afferma Francesco Tanasi segretario naz. Codacons – che tutela la figura del singolo contraente debole consentendogli l’ effettività del diritto di difesa. Punita – conclude Tanasi – la condotta di Wind che attraverso la stipula di contratti business con utenti titolari di partita iva non rispettava l’ applicazione della normativa di maggior tutela prevista dal Codice del Consumo, e dall’ art. 1 comma 3 della legge 40/2007 della legge Bersani, che stabilisce che «la facoltà del contraente di recedere dal contratto senza spese non giustificate da costi dell’ operatore" La sentenza del giudice di Pace rappresenta un importante momento di effettività della tutela che il nostro ordinamento riconosce ai consumatori».

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