Iva al 21%, industriali e commercianti divisi
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fonte:
- Il Piccolo
TRIESTE Nel momento in cui bisogna metter mano al portafoglio scoppia inevitabile un hobbesiano "bellum omnium contra omnes", la guerra di tutti contro tutti. Esempio immediato le misure previste dalla manovra ferragostana: per redimere parte dei tagli imposti agli enti locali, ecco apparire l’ opzione aumento dell’ Iva, con 4-5 ipotesi di incremento, la più probabile delle quali accreditava un ritocco dal 20 al 21%. Altrettanto immediato lo schieramento di favorevoli/contrari: sì da parte degli industriali, no da parte del mondo del commercio. Dice Confindustria: alzare l’ Iva dal 20 al 21% significa un gettito aggiuntivo di 3,7 miliardi, che non intacca gli inespugnabili saldi della manovra e non interviene negativamente su Pil e domanda. I favorevoli ritengono, inoltre, che l’ innalzamento dell’ Iva, a fronte di altre tipologie di balzello, avrebbe un maggiore effetto equitativo e riallinerebbe l’ Italia alla maggior parte delle aliquote adottate dai paesi Ue. Tra l’ altro l’ incremento non inciderebbe su beni di prima necessità, come alimentari, sanità, istruzione. Fuori sacco, si può aggiungere che l’ Iva interessa meno immediatamente l’ industriale, visto che destinatario dell’ aggravio è il consumatore finale. Senza dimenticare che per un paese esportatore come l’ Italia, il prodotto destinato fuori dai mercati Ue è in pratica esente da Iva. Specularmente avverso il mondo del terziario commerciale, da Confcommercio a Confesercenti, da Centromarca a Federdistribuzione: l’ aumento dell’ Iva determina, in un momento già critico per l’ economia nazionale, un ulteriore effetto depressivo sui consumi. Se si stima che su 93 miliardi di gettito Iva oltre il 70% proviene dalle famiglie, si comprende cosa vorrebbe dire una maggiore pressione su tlc, trasporti, turismo, informatica. E poi – dicono i commercianti – cosa significa che non vengono toccate le fasce basse? Due esempi: nell’ ambito del comparto alimentare ci sono prodotti per tavole raffinate, così come nell’ abbigliamento non tutto è voluttuario. La Cgia di Mestre ha fatto un po’ di conti, sulla base di una famiglia-tipo composta da tre persone: con l’ aumento dal 20 al 21%, andrebbe a spendere 92 euro in più all’ anno, sacrificio considerato potabile. Ma Cgia sbaglia i calcoli – replicano i consumatori di Codacons – l’ aggravio sarebbe di 154 euro/anno.
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