15 Febbraio 2002

Euro: Quanto ci costa davvero

Quanto ci costa davvero
Le associazioni dei consumatori denunciano: gli aumenti medi sono stati del 14 per cento. A riprova, una lista infinita di prodotti rincarati. Secondo Istat e governo, invece, i prezzi sono cresciuti solo dello 0,5 per cento. Chi ha ragione? E che cosa succederà il 1° marzo, quando sparirà la lira? Intanto si annuncia uno showdown. Clamoroso.






No, da 1.600 lire a 1 euro, vale a dire le ormai famose 1936,27 lire, proprio no. Fatti due conti, significa un aumento del 25 per cento. E così quell`anziano cittadino di Ladispoli (Roma) ha preferito spostarsi ogni mattina in un bar distante un chilometro, pur di continuare a pagare il cappuccino un prezzo ritenuto equo. Diversa la situazione dei ravennati abituati (o costretti per lavoro) ad attraversare quotidianamente il ponte mobile sul Canale Candiano: qui le mille lire sono diventate 0,70 centesimi (+35 per cento) ma in pochi sono disposti a girare mezza città pur di non sottostare alla gabella.
Due casi fra le migliaia raccolti dai movimenti dei consumatori. Casi limite, perché sono finiti davanti al Giudice di pace, che dovrà stabilire se questi balzelli, entrati in vigore in concomitanza con il changeover, risultano giustificati oppure no. Resta la domanda di fondo. Tanto semplice quanto inquietante e foriera di aspre polemiche: i prezzi sono davvero aumentati appena dello 0,5 per cento (portando l`inflazione tendenziale al 2,4), come sostiene l`Istat nella sua rilevazione di gennaio (dato che ha fatto tirare un sospiro di sollievo anche al ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano), o il costo della vita, in realtà, è cresciuto in misura molto maggiore, sensazione assai diffusa fra milioni di italiani tutte le volte che vanno a fare la spesa, a pagare una bolletta o a cena in pizzeria? Chissà dove sta la verità. Se nelle cifre della contabilità nazionale o nell`osservazione del proprio portafoglio.

Bel dilemma. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, fra le maggiori organizzazioni per la difesa dei consumatori, sogghigna mentre mette sul tavolo documenti su documenti: «Ne abbiamo viste delle belle. E ancora di più ne vedremo a partire dal 1° marzo, quando scomparirà la lira e la gente non avrà più termini di confronto. Da quel giorno prevarrà la legge della giungla». Ce ne sarebbe abbastanza. Ma all`orizzonte si profila un`azione clamorosa: «Impugneremo il paniere dell`Istat davanti al Tar, perché non è più rappresentativo dei comportamenti d`acquisto degli italiani. E poi non condividiamo per niente i pesi assegnati alle varie componenti di spesa».
Eccole, dunque, le prove che dimostrerebbero come l`introduzione della moneta unica, già oggi, in attesa della definitiva sparizione della tenera liretta, non sia stata affatto indolore. Quattro associazioni (Codacons, Federconsumatori, Adusbef e Adoc) le hanno riassunte in un libro bianco degli aumenti: dalla A di acqua alla Z di zaini. Sia chiaro, il lavoro non vuole avere particolari pretese di scientificità nella raccolta degli esempi e dei dati. Tuttavia, il quadro che emerge dalla pura e semplice messa in fila delle segnalazioni, piovute da Nord a Sud da parte di cittadini costernati, è da capelli dritti in testa.

Nel mirino, in primo luogo, finiscono molte tariffe che, a giudizio degli estensori del pamphlet, non avrebbero dovuto subire incrementi sulla base dell`esplicito impegno assunto in tal senso dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica). Si va dai pedaggi autostradali (+2,21 per cento) al canone Rai (+1,46), dalle cartoline della lotteria (3 euro rispetto alle vecchie 5 mila lire) fino ai biglietti dei mezzi di trasporto (a Milano, da 1.500 a 1 euro); ritocco, quest`ultimo, che rientrerà certamente nelle competenze regionali, comunali e delle società di gestione, ma tram e autobus pur sempre servizi pubblici sono.
Poi c`è la sfilza di rincari pescati qua e là in bar, ristoranti, negozi sparsi lungo la penisola (complessivamente, 1 milione e 50 mila esercizi). L`elenco è sterminato: la birra media al pub da 9 mila lire sfonda i 6 euro, i compact disc (tanto per confermarsi i più cari d`Europa) arrivano all`equivalente di 41 mila lire, i classici hamburger e patatine passano da 10 mila lire a 8 euro, aumentano la carne (dal 10 al 20 per cento), la verdura (fino al 30), i gettoni delle macchinette automatiche di caffè negli uffici (da 500 lire a 30 centesimi, oppure da 800 lire a 50 centesimi). Ancora: costa più caro entrare in discoteca (minimo da 20 mila lire a 11 euro), farsi la ceretta sulle gambe (da 35 mila lire a 18,50 euro), entrare nei musei (58 dei quali hanno alzato l`ingresso da 12 mila lire a 6,50 euro), portare l`auto dal meccanico e i vestiti in lavanderia. Fino al simbolico premio «Sciacalleuro» assegnato ai cinema della Warner, che hanno «arrotondato» il prezzo d`entrata anche di 713 lire.
I calcoli sono presto fatti: una media di aumenti del 14 per cento, corrispondenti a 557,77 euro a fine 2002, 1 milione 80 mila lire. Anche a dispetto di qualche ribasso, che pure c`è stato, come per le tariffe di gas ed elettricità, o come per i parcheggi nel centro di Roma, dove un`ora di sosta è scesa da 2 mila lire a 1 euro. E alla faccia, appunto, di ogni cifra ufficiale che tende a ridimensionare gli effetti sul carovita dell`introduzione della moneta unica nonché le tentazioni dei negozianti di approfittare dell`occasione per ottenere maggiori e ingiustificati guadagni. Tanto che le associazioni hanno richiesto al ministro dell`Economia, Giulio Tremonti, la concessione di un bonus fiscale equivalente a 100 mila lire a famiglia per il 2002. Non ottenendo, per il momento, risposta.
Allora, come stanno veramente le cose? Qualcuno sta «barando» sulle cifre, accusa nemmeno troppo strisciante e non unicamente italiana, se è vero che sta venendo allo scoperto in tutta Eurolandia (vedere riquadri alle pagine 38 e 39)? Alla Confcommercio ripetono fino alla noia che magari sì, ci saranno pure stati casi isolati di esercenti che hanno avuto comportamenti scorretti, ma che nella stragrande maggioranza i commercianti hanno fatto la loro parte, eccome, per non gettare benzina sul fuoco dell`inflazione. «Sarà» sottolinea Rienzi «intanto la querelle dei giorni scorsi riguardo al caro verdura ha dimostrato che di autentiche speculazioni si trattava e che siccità e gelate c`entravano molto relativamente. Lo hanno riconosciuto gli stessi vertici della Coldiretti. Risultato: in 48 ore, dopo le nostre denunce e le prime indagini dei Nas, i prezzi sono scesi almeno del 40 per cento». Un botta e risposta destinato a non trovare fine.


Daniele Tirelli, vicepresidente della A.C. Nielsen, colosso delle indagini di mercato cui nulla sfugge di ciò che si muove nel mondo dei consumi, prova a mettere un po` d`ordine e a fare qualche distinguo: «Ci sono due principi cardine» spiega «il mercato e la concorrenza. Bisognerebbe fare in modo che funzionassero. Così sarebbe semplice: i clienti abbandonerebbero i furbi e i disonesti per premiare chi pratica i prezzi migliori. Nella grande distribuzione, per esempio, non si può sgarrare, altrimenti perdi quote di mercato, fatturato, utili. Non a caso nel passaggio all`euro la distribuzione moderna ha addirittura svolto un ruolo calmieratore degli aumenti. E si badi bene: attraverso di essa passa ormai il 70 per cento del giro d`affari complessivo dei generi di largo consumo».
Come dire che da qualche parte i rincari denunciati da Codacons & C. ci saranno certamente stati. Ma che da qui a stravolgere radicalmente il dato sull`inflazione ce ne corre. Rimane il fatto che persino fra i più stretti collaboratori di Marzano ci si interroga sull`opportunità di fare coincidere alcuni aumenti di tariffe, magari legittimi e già stabiliti, con l`introduzione dell`euro: «Forse si poteva aspettare sei mesi. Così non si creavano equivoci e malumori». Senza contare il nodo di fondo: il paniere dell`Istat è rappresentativo della vita reale degli italiani?
«Ogni mese» rispondono all`istituto «possiamo contare su 300 mila quotazioni, cioè singoli prezzi rilevati direttamente. La scelta dei prodotti, attualmente 568, da inserire o escludere viene effettuata sulla base di tutte le fonti statistiche disponibili, a partire da quelle provenienti da altre rilevazioni dell`Istat stesso, per esempio sui consumi delle famiglie. Conclusione: trattare con metodi corretti una simile mole di informazioni assicura un margine di errore molto piccolo». Non sarebbe utile, e forse opportuno, costituire un tavolo al quale possano sedersi anche le associazioni dei consumatori? «Confliggerebbe con la necessità di mantenere l`indagine statistica indipendente da qualsiasi interesse di categoria». Sarà. Al Tar, presto, il compito di accertare che nessun (altro) interesse sia davvero in gioco.




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