3 Novembre 2020

Cresce la rabbia dei centri commerciali

gli operatori: «il governo spaventa i clienti. ok a misure più severe, ma salviamo i weekend». a rischio 37mila negozi
ROMA Chiudere nei week-end? Gli operatori dei centri commerciali non ne vogliono assolutamente sapere. Contestano la nuova ipotesi avanzata dal governo e mettono in guardia da un intervento che farebbe perdere loro una fetta molto consistente del fatturato, tra l’ altro in uno dei periodi più ricchi dell’ anno. Secondo il Consiglio nazionale dei centri commerciali (Cncc), associazione che riunisce proprietà, società di servizi e retailers, con le nuove chiusure che il governo vuole imporre si profila «una perdita di fatturato che oscilla tra il 30 ed il 40% con pesanti ricadute anche sull’ occupazione, con migliaia di posti di lavoro a rischio». Nel corso dei fine settimana, infatti, i 1. 200 centri commerciali attivi oggi in Italia, stando a Federdistribuzione (grandi catene di distribuzione) e Confimprese (catene di franchising e distribuzione moderna) realizzano circa il 50% del loro fatturato settimanale. In ballo ci sono i destini di 36. 000 negozi (di cui 7. 000 a gestione unifamiliare) e di oltre 587. 000 occupati diretti. Secondo le stime del Codacons la stretta sui consumi a causa del coprifuoco fissato alle 21, la chiusura per due giorni dei centri commerciali e altri lockdown localizzati, assieme a tutte le altre misure previste dagli ultimi Dpcm, produrranno una contrazione dei consumi pari a 25 miliardi di euro tra ottobre e dicembre, con una riduzione della spesa di 950 euro a famiglia. Per questo tutte le associazioni esprimono «perplessità», «dubbi», «sgomento» di fronte allo scenario che si prospetta e chiedono al governo di riflettere bene e nel caso non cambiasse idea di prevedere ristori seri e molto rapidi. «La situazione è gravissima – commenta il presidente di Confimprese Mario Resca -. Pur condividendo la linea governativa volta a frenare l’ espandersi della pandemia, siamo contrari alla chiusura nei week end su tutto il territorio nazionale. Tali provvedimenti non sono dannosi per il settore solo da un punto di vista economico ma anche di immagine, perché continuano a veicolare alla cittadinanza un messaggio di allarme, creano diffidenza nell’ entrare nei negozi e spingono sempre di più i consumatori verso l’ acquisto online, decretando progressivamente la morte del commercio fisico». Confcommercio chiede «più programmazione e più coordinamento, perché la soluzione di ultima istanza del “più chiusure” determina costi economici e sociali crescenti, sempre meno sostenibili». A sua volta il Cncc, dopo aver impugnato davanti al Tar le ordinanze di chiusura di Piemonte e Lombardia, ieri ha tentato una mediazione in extremis proponendo di anticipare alle 18 l’ orario di chiusura delle attività all’ interno dei centri commerciali (ad esclusione di quelle ritenute essenziali), tenendo però aperto dal lunedì alla domenica ed attuando misure di contingentamento ancora più stringenti nei fine settimana. «Ci sembra una proposta di buon senso – spiega il presidente del Cncc Roberto Zoia – perché vorrebbe dire garantire alle persone di fare la spesa senza aggregazioni». La lettera inviata Conte, Boccia e Bonaccini però sino a ieri sera era rimasta senza risposta. -© RIPRODUZIONE RISERVATA.
paolo baroni

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