23 Febbraio 2010

Corrida musicale di televoti galeotti

Come si dice? Sanremo è lo specchio del paese. All’ orwelliano festival del 1984 la volontà popolare fu momentanemente incarnata dalle schedine del Totip, il concorso legato alle corse dei cavalli. Quell’ anno vinsero Albano e Romina, secondo fu Toto Cotugno. Quarto fu Pupo, l’ inventore a metà dell’ indecorosa – e per nulla divertente come furono altri inni festivalieri all’ Italia, da Cotugno a Reitano – Italia amore mio. A proposito di Totip non era chi non vedesse anche allora che c’ era poco di popolare nella cosa: a nessuna casa discografica era vietato investire i soldi della promozione in schedine, e così in parte avvenne. Senonchè l’ esiguità della posta in gioco, la scarsa utilità di occuparsi seriamente di Sanremo, forse pure l’ epoca del decisionismo montante di Craxi, suscitarono poco e nulla scandalo. Non è chi non veda – dopo l’ ultimo Sanremo – che il televoto è un nuovo Totip, un simulacro molto poco affidabile della volontà popolare, oltrechè una pratica perfettamente adeguata a questi tempi di nuovo populismo. Certo, esistono intere società specializzate nel gestire (a pagamento) interi pacchetti di televoti, e lo si è saputo facilmente adesso che interi show vengono apparentemente pilotati da questo sistema, i cui proventi tra l’ altro vanno in gran parte nelle tasche dei produttori degli stessi show. Ma è roba che si può lasciare tranquillamente al Codacons. Anche se non ci fosse trucco e neppure inganno il televoto resta l’ ingrediente perfetto del talent-show, il super-formato televisivo che oggi domina la programmazione di mezzo mondo con i suoi vari Idol, Academy e X factor. Sanremo, inteso come spettacolo televisivo, è sempre stata una spugna nei confronti dei format correnti: contenitore quando andavano di moda i contenitori, al tempo di Baudo; teatrino ironico e nostalgico ai tempi di Chiambretti e di Fazio; reality e infine talent-show con la Carrà e la Clerici. Nel 1984 presentava il festival Pippo Baudo, che negli anni successivi si rivelerà poi il vero ideologo della resurrezione di Sanremo: democristianissimo, sempre attento a barcamenarsi tra le esigenze della musica (che poi, in parte, erano le sue personalissime ubbie provinciali), e quelle della televisione. Le schedine, nemmeno quelle, erano un’ idea nuova. Pure il vincitore del festival del 1961 fu scelto attraverso l’ Enalotto. Sette milioni di schedine giocate, sette giorni per lo spoglio, un vincitore anzi due: Luciano Tajoli e Betty Curtis. E quello fu l’ anno di Celentano, e dei suoi 24000 baci. Baudo, nel 1966, adottò nel suo programma Settevoci un’ altra idea geniale e pittoresca, adottata dai talent show in giro per l’ Europa: l’ applausometro, per l’ eterna messa in scena della dialettica tra musica popolare e musica d’ elite, urlatori e melodici. Oggi il talent show è una cosa seria, una macchina culturale complessa che vive nel disastro della produzione discografica così come l’ abbiamo conosciuta prima che le tv e Internet la facesse andare a gambe all’ aria. E’ un programma educativo. O dis-educativo, se preferite. Gli studiosi di cultural studies da anni spiegano che i tormenti e le lacrime dei giovani cantanti, ragazzini selezionati tra migliaia, venuti dal nulla e sottoposti al terrificante make-over degli esperti, incarnano in maniera perfetta l’ etica-non etica del neocapitalismo. Come cantava Morandi? «Uno su mille ce la fa». Ecco. Aggiungiamoci, visto che siamo in Italia, che se il destino della meritocrazia si può mettere in scena così, e misurare sulle onde del telefono già sappiamo come va a finire: dall’ innocente e silenzioso sms da casa all’ intercettazione vocale dei birbantelli c’ è una sinistra consonanza che non può non far pensare. Quello che rende diversi i talent show dai reality show originari, come il Grande Fratello, sta tuttavia nella presenza degli esperti, delle giurie, di tutte le mediazioni necessarie a rendere un ragazzino una star. E notiamo tra parentesi come proprio Morgan sia stato messo fuori dal gioco proprio sulla base della popolarità acquisita grazie a un talent show, quell’ X factor dove faceva la parte dell’ «educatore» folle, e del musicista sprezzante dei gusti popolari. La dialettica tra voto popolare (e tifo in tribuna) e giurati/insegnanti – come insegnano qui da noi X factor e Amici – è un elemento di spettacolo infallibile. E Sanremo 2010 ha davvero scherzato col fuoco contrapponendo in corso d’ opera i fischi e le urla dell’ Ariston agli sms silenziosi da casa. Non si farebbe peccato a pensare che una mano, ai ripescaggi di Pupo e di Scanu, è stata data. Sarebbe da pazzi avere per le mani un materiale da corrida e non usarlo. Così, paradossalmente, lo spettacolo dell’ ultimo Sanremo sono state, come non accadeva da anni, le «canzoni». Ma nella loro accezione usa e getta, da talent show – muscolari come quella di Marco Mengoni, idiote come quelle di Pupo e del Principe, follemente baglioniane come quelle del vincitore Valerio Scanu. Di questo va dato merito -sul piano della riuscita dello spettacolo – agli autori. Si ricorderà a lungo invece «la rivolta dell’ orchestra» come il vero colpo di teatro nell’ ultimo Festival, dove la giuria mancava (non la Doxa dell’ istituto di sondaggi, né la giuria di qualità). Una recita vagamente felliniana, persino, inventata in tutta fretta nel casino di quei minuti di fischi e urla in Ariston, poi brillantemente messa in scena dopo una provvidenziale telepromozione, con tanto di primo piano sugli spartiti accartocciati. Che in fondo ha rivelato la vera, improbabile, buffa, (dis)educativa corrida dell’ Italia in cui viviamo.

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