Rischio inflazione sulla ripresa
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- Italia Oggi
L’ euforia per l’exploit della crescita è frenata dalla paura dell’inflazione, che significa minore potere d’acquisto per le famiglie. Nel secondo trimestre 2021 il pil è aumentato del 2,7% rispetto al trimestre precedente e del 17,3% nei confronti del secondo trimestre 2020. La crescita annua (già acquisita del 4,7% ma forse alla fine con qualche decimale in più) è la più alta, certifica l’Istat, mai registrata dall’inizio delle serie storiche, cioè dal 1995. Ma è al top anche l’inflazione, era dal 2013 che non si registrava uno scatto in avanti così rilevante: +2,1%. Secondo l’associazione dei consumatori, Codacons, per mantenere gli stessi livelli di consumo una famiglia spenderà quest’anno 645 euro in più. «Il comparto dei trasporti – afferma il presidente, Carlo Rienzi – che registra ad agosto una crescita record di +5,3% determina per un nucleo con due figli una maggiore spesa per gli spostamenti di 286 euro annui. Mentre le vacanze estive 2021 saranno ricordate come quelle più salate degli ultimi anni, caratterizzate da aumenti a cascata di prezzi e tariffe che hanno portato una villeggiatura nel nostro paese a costare mediamente l’11% in più rispetto allo scorso anno». Un altro allarme arriva da Confcommercio: «C’è preoccupazione-annota l’Ufficio studi – anche perché il dato italiano si innesta in un contesto europeo che ha visto l’inflazione salire dal 2,2% di luglio al 3% in agosto. L’eventuale prosecuzione di questa dinamica dei prezzi esporrebbe le autorità monetarie a pressioni per l’adozione di atteggiamenti meno accomodanti, con potenziale pregiudizio dell’intensità della ripresa. Anche per tale ragione la realizzazione delle riforme e dei correlati investimenti deve procedere con efficienza e al ritmo più spedito possibile». La Bce si riunirà il 9 settembre con all’ordine del giorno il ritmo degli acquisti di bond nel corso del prossimo trimestre. Ma si parlerà anche d’inflazione e delle strategie che la Banca centrale dovrà attuare se l’indice dei prezzi dovrà essere riportato sotto controllo. Si preannuncia un confronto tra chi ritiene che il fuoco dell’inflazione si spegnerà presto e chi invece ipotizza che l’incendio possa propagarsi e quindi vorrebbe che già si preparassero gli estintori. Del primo gruppo fa parte il capo economista della Bce, Philip Lane, che sostiene che la crescita dei prezzi sarà temporanea dal momento che «l’aggiustamento dei salari, una precondizione per l’inflazione, non si vede all’orizzonte». Già l’attuale livello raggiunto dall’inflazione sembra però in contrasto con l’ottimistica stima della Bce sulla crescita dei prezzi. Sono fortemente aumentati i costi energetici con la bolletta del gas che segna +15,3%, e quella della luce +9,9%, ma aumentano anche i prezzi dei prodotti alimentari (+2%) e si registra una crescita insolitamente alta per i prezzi dei beni industriali (+2,7%). Dice Fabio Panetta, membro dell’esecutivo della Bce: «Aumenteremo i tassi solo quando saremo convinti che l’inflazione debba ricollocarsi stabilmente al 2% nel medio termine,in base a una serie di parametri indicati con chiarezza nella nuova forward guidance, relativi all’inflazione sia effettiva sia attesa. Ma attenzione, un obiettivo d’inflazione troppo basso può comprimere eccessivamente i tassi d’interesse e ostacolare gli interventi della Banca centrale a sostegno dell’economia. Tutto questo può essere molto costoso in termini di crescita e di occupazione». Un altro componente del board della Bce è Jens Weidmann (anche presidente della Bundesbank): «Non si possono escludere tassi di inflazione più elevati, dobbiamo tenere d’occhio questo trend perché se è un rischio il tasso d’inflazione basso lo è altrettanto un tasso troppo alto». Dalla Bce agli atenei. Cosa pensano gli economisti di questo balzo all’insù del tasso d’inflazione? Secondo Veronica De Romanis, docente di economia europea all’Università Luiss di Roma: «È prematuro parlare di surriscaldamento dei prezzi strutturale, vedremo cosa succede nei prossimi mesi, anche a livello di banche centrali». Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, va verificato l’evolversi della situazione politica: «Ci chiediamo tutti quanto durerà Mario Draghi premier, se riuscirà ad arrivare fino alla fine della legislatura-aggiunge. – Nel 2023 saremo nel pieno dell’attuazione del Pnrr, con molte risorse ancora da spendere entro il 2026 e altre da trovare per farlo funzionare. Bisogna considerare che il prossimo governo sarà verosimilmente composto da politici che, a fasi alterne, hanno governato negli ultimi 20 anni, annunciando molte riforme senza però realizzarle perché costose politicamente. Bisogna capire se ci sarà la volontà politica di portare avanti il piano. Non completarlo significherebbe condannare l’Italia ai tassi di crescita asfittici degli ultimi 20 anni. Il vero problema è questo». Mentre Enrico Spolaore (insegna economia alla Tufts University di Boston) avverte: «L’economia italiana è stagnante da oltre 20 anni e non cresce la produttività. Il problema da affrontare ora è la crescita reale, che è il modo migliore per ridurre il rapporto tra debito e pil. L’idea che l’inflazione risolva il problema del debito è illusoria. Se dovesse aumentare in modo significativo l’inflazione,la Bce potrebbe aumentare i tassi con l’effetto di rendere più oneroso per l’Italia finanziarsi sui mercati.E tenuto conto della struttura del debito sovrano italiano potrebbe non essere uno scenario positivo. Abbiamo sotto gli occhi l’esperienza dell’America Latina nei decenni passati per capire che il problema del debito non si risolve certo con l’inflazione».A dargli ragione è l’ex governatore della Bank of England, Mervyn King: «Per la prima volta dagli anni Ottanta coesistono due fattori che rendono l’inflazione un rischio serio: un eccessivo stimolo monetario e fiscale e una debole resistenza politica alla minaccia inflattiva. Il rischio è che quanto è stato fatto per supportare l’economia in questo difficile periodo di emergenza sanitaria svanisca». Ma Lucio Poma, capo economista di Nomisma, ritiene che l’inflazione, almeno per ora, non pregiudicherà la forte ripresa post-Covid: «L’Ocse ci ha promosso seconda economia mondiale in quanto a crescita nel secondo trimestre. Alla luce di ciò, questa timida crescita inflattiva non deve destare preoccupazione nè allarmismo. Speriamo che essa non diventi uno strumento nelle mani dei falchi europei per mettere in discussione la recente forward guidance della Bce, tesa a rassicurare i mercati sulla continuità della politica monetaria espansiva. Se da un lato l’inflazione tedesca ad agosto è leggermente aumentata al 3,9%, dall’altro, nel secondo trimestre, la Germania è cresciuta di un punto percentuale in meno rispetto all’Italia. Quindi al momento, anche alla Germania, conviene non introdurre elementi di rallentamento alla crescita imbrigliando la politica monetaria espansiva della Bce». All’orizzonte c’è però una nube che arriva dagli Stati Uniti, dove l’inflazione ha raggiunto +5,4%, il livello più alto dal 2008 e la politica ultraespansiva di Joe Biden probabilmente accelererà il trend. Riusciranno Federal Reserve e Bce a coordinarsi per tenere sotto controllo i prezzi?
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