13 Agosto 2021

RINCARI PREVEDIBILI MA NIENTE ALLARMISMI

Sappiamo,  infatti,  che  sui  mercati  internazionali  in  questo  2021  – anno  di  ripresa  economica  dopo  la  recessione  pandemica  – è  aumentato  per  primo  il  prezzo  del  petrolio,  poi  quello  di  molte  materie  prime  di  beni  intermedi  (inclusi  ad  esempio  semiconduttori).  Le  strozzature  nelle  catene  mondiali  di  approvvigionamento  il  rilancio  della  domanda  in  specifici  comparti,  assieme  alla  necessità  di  riorganizzare  le  filiere  produttive,  hanno  poi  condotto  ad  aumenti  dei  prezzi  anche  al  consumo.  Difficoltà  nell’adeguare  prontamente  l’offerta  si  sono  riscontrati  anche  per  carenze  di  personale,  nonostante  l’estesa  disoccupazione  sottoccupazione.  È  successo  anche  in  settori  tradizionali  come  ristoranti:  figure  semplici  come  camerieri,  licenziati  durante  lockdown  (e  magari  ricollocati  nell’e-commerce),  sono  ora  difficili  da  reperire;  maggior  ragione,  problemi  simili  si  presentano  nei  comparti  high-tech.  In  Italia,  oltre  alla  benzina,  sono  aumentati  molti  servizi  di  trasporto,  anche  aereo  marittimo;  sui  bilanci  familiari  hanno  pesato  anche  gli  aumenti  delle  tariffe  di  luce  gas.  Il  Codacons  stima  una  «stangata»  di  584  euro  annui  per  una  famiglia  tipica  italiana.  Qui  al  Nord  possiamo  consolarci  con  il  fatto  che  questa  volta  l’inflazione  è  stata  al  di  sotto  della  media  nazionale  (ad  esempio  1,3  per  cento  Brescia  Milano,  mentre  al  Sud  ha  toccato  2,1  per  cento).  Si  tratta  di  aumenti  consistenti  ma  non  allarmanti.  Il  fatto  è  che  da  tempo  siamo  stati  abituati  tassi  d’inflazione  molto  bassi,  poco  sopra  lo  zero  in  certi  periodi  addirittura  negativi.  In  realtà  negli  ultimi  anni  le  banche  centrali  hanno  faticato  ad  alzare  tassi  d’inflazione  ritenuti  troppo  bassi:  ad  esempio  la  Banca  centrale  europea  già  nel  2015  avviò  il  «quantitative  easing»  proprio  questo  fine.  Per  ora,  dopo  rigurgiti  inflazionistici,  le  banche  centrali  non  hanno  cambiato  strategia  perché  ritengono  temporanei  rialzi.  Non  bisogna  dare  retta  falchi  come  Weidmann,  presidente  della  Bundesbank,  che  ha  invitato  porre  termine  appena  possibile  al  programma  straordinario  di  acquisti  della  Bce  (il  «Pepp»),  ed  occorre  evitare  inversioni  troppo  brusche  (come  quella  decisa  dall’allora  presidente  della  Bce,  Trichet,  nell’estate  2011,  causa  di  un  analogo  temporaneo  rialzo  dell’inflazione,  ciò  che  contribuì  alla  seconda  recessione  dell’area  euro  in  un  quinquennio).  L’obiettivo  prioritario  dovrebbe  invece  essere  quello  di  sostenere  ancora  la  ripresa  economica,  anche  quella  occupazionale;  per  un  paese  molto  indebitato  come  l’Italia  ciò  è  cruciale  anche  per  mantenere  sostenibile  il  debito  pubblico,  evitando  deleteri  rialzi  dei  tassi  d’interesse.

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