Il lamento dei cuochi «Delivery e take away non sono ristorazione»
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fonte:
- Giornale di Vicenza
Un cappello da cuoco deposto in una cucina tristemente chiusa In cattedrale Il vescovo Pizziol durante una celebrazione pasquale ?? È stata una Settimana Santa di passione per chi è abituato a lavorare in cucina e da troppo tempo non lo può più fare. «Siamo arrabbiati neri» sbotta Fiorenzo Cazzola, presidente della sezione vicentina dell’Associazione Italiana Cuochi, portavoce di una variegata categoria che raggruppa cuochi ma anche imprenditori del settore della ristorazione, che ha trovato nel delivery l’unica valvola di sfogo «Ma fare ristorazione non è questo». Il suo appello ha l’effetto di un grido di dolore, perché quelle parole, quasi sussurrate, aprono uno squarcio su un mondo che sta soffrendo da mesi e in questi giorni, se possibile, soffre di più. «Alla vigilia di Pasqua – spiega – dovremmo avere le celle piene di carne e di pesce, gli arrosti sul fuoco, il vapore del brodo per i risotti. E invece abbiamo le cucine lucide, pulite, ma fredde. Senza colore, senza calore, senza profumi». Non è facile per chi era abituato a correre, osservare il mondo che va avanti senza vedere prospettive. Secondo il Codacons erano 11 milioni gli italiani che mangiavano al ristorante il giorno di Pasqua, prima che il Covid fermasse tutto, mandando in fumo 250 milioni di euro. anche il delivery sembra aver perso appeal: «Questa Pasqua è un po’ sotto tono – ammette Gianluca Baratto, presidente di Fipe Confcommercio Vicenza – poi qualcosa si è mosso, ma sicuramente non arriveremo ai numeri dell’anno scorso. Eppure questo è il primo giorno di vero lavoro, dal 24 dicembre. Ma è uno. Tanti ormai si sono organizzati per prepararsi il pranzo a casa, un po’ per risparmiare, un po’ perché hanno più tempo. È chiaro che portare a casa il pranzo in un sacchetto non dà l’emozione di quando si è seduti al tavolo di un ristorante. Se lo facciamo è solo per mantenere un rapporto con i nostri clienti». «Fare delivery o take away – rincara Cazzola – non è ristorazione. voglio tornare a occuparmi di quello che ho fatto per 40 anni: farle vivere queste cucine, impiattare, incontrare i clienti in sala. Preparare un paio di menu da portare via è una tristezza infinita». dicembre, a livello nazionale – annuncia Baratto – abbiamo perso il 20 per cento di esercizi, a febbraio eravamo al 30 per cento e Vicenza non si scosta da questo dato. Il 13 aprile saremo a Roma, per chiedere un piano di aperture immediato. Nel dpcm c’è una finestrina aperta per noi che dice che il consiglio dei ministri valuterà dopo Pasqua se aprire a pranzo in zona arancio, noi viviamo di questa speranza seppur come miraggio». «Vorrei che qualcuno facesse qualcosa di concreto – l’appello di Cazzola – per tornar a vivere, a lavorare, perché sono in molti ormai a soffrire veramente. All’inizio sembrava fosse una questione di un mese o due, invece siamo ancora qui, nella stessa condizioni e, quel che è peggio, non vediamo prospettive. Ci sono categorie che lavorano lo stesso. Qualcuno, buon per lui, ha triplicato gli incassi nell’ultimo anno. Il mio settore ha toccato il fondo. E dire che la ristorazione è amore, passione, colore, creatività. Ritrovarsi così è contro natura. Noi vogliamo riaccendere i fuochi, tornare a fare il nostro mestiere che significa anche lavorare nei giorni di festa, ma con gioia».
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