La Corte dei Conti non vede irregolarità nelle decisioni del ministero dell’ Economia
-
fonte:
- Avvenire
Con la sentenza del 15 giugno, la Corte dei Conti ha chiuso, almeno per quanto la riguarda, la questione dei derivati stipulati dal ministero dell’ Economia con Morgan Stanley. I giudici contabili hanno chiarito di non avere potere giurisdizionale sulla gestione di sei prodotti finanziari con una clausola di uscita che la banca d’ affari americana aveva venduto al Tesoro e per i quali la Procura regionale aveva chiesto oltre 4 miliardi di euro di danni, mettendo sotto accusa, oltre la banca, ex ministri o dirigenti del Tesoro come Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli e Maria Cannata. La Corte ha sentenziato di non potere intervenire su questa vicenda per diversi motivi. Per quello che riguarda Morgan Stanley, i giudici contabili notano che il rapporto tra la banca americana e il Tesoro non si può considerare un’ attività di “servizio” allo Stato come potrebbe essere quella di un dipendente pubblico, ma MOrgan Stanley era «controparte negoziale » del Tesoro. Quindi il rapporto tra i due è regolato dalla giustizia civile e non da quella amministrativa di cui si occupa la Corte dei Conti. A Federconsumatori, Adusbef e Codacons, che avevano presentato istanza per sostenere la Procura, i giudici ricordano che il loro ruolo è difendere i consumatori, non possono fare ricorsi su «qualsiasi attività di tipo pubblicistico che si rifletta economicamente, in modo diretto o indiretto, sui cittadini». Nel merito di come il ministero dell’ Economia ha gestito quei contratti – il vero cuore di tutta la vicenda – la Corte segnala che l’ attività dei ministri e dei dirigenti del Tesoro ha aspetti discrezionali: «Il giudice non può sostituirsi all’ amministrazione nel valutare quali siano le migliori scelte gestionali e i migliori strumenti da utilizzare per il perseguimento dell’ interesse pubblico». Sul merito delle scelte c’ è insomma un certo livello di «insindacabilità ». Detto questo, i giudici contabili vanno anche nel merito della strategia dei dirigenti del Tesoro sui derivati che ha causato perdite ai conti pubblici: nel contesto in cui quelle scelte sono state fatte, il comportamento dei funzionari pubblici «non appare irrazionale e immotivato». Il Tesoro, è l’ opinione dei giudici, si è preso dei rischi come è normale che sia in un’ attività complessa come quella della gestione del debito pubblico. È andata male, ma le scelte fatte sono giudicate «ex ante, giustificabili». RIPRODUZIONE RISERVATA.
pietro sacc’
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- ECONOMIA & FINANZA
