17 Giugno 2018

La Corte dei Conti non vede irregolarità nelle decisioni del ministero dell’ Economia

Con la sentenza del 15 giugno, la Corte dei Conti ha chiuso, almeno per quanto la riguarda, la questione dei derivati stipulati dal ministero dell’ Economia con Morgan Stanley. I giudici contabili hanno chiarito di non avere potere giurisdizionale sulla gestione di sei prodotti finanziari con una clausola di uscita che la banca d’ affari americana aveva venduto al Tesoro e per i quali la Procura regionale aveva chiesto oltre 4 miliardi di euro di danni, mettendo sotto accusa, oltre la banca, ex ministri o dirigenti del Tesoro come Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli e Maria Cannata. La Corte ha sentenziato di non potere intervenire su questa vicenda per diversi motivi. Per quello che riguarda Morgan Stanley, i giudici contabili notano che il rapporto tra la banca americana e il Tesoro non si può considerare un’ attività di “servizio” allo Stato come potrebbe essere quella di un dipendente pubblico, ma MOrgan Stanley era «controparte negoziale » del Tesoro. Quindi il rapporto tra i due è regolato dalla giustizia civile e non da quella amministrativa di cui si occupa la Corte dei Conti. A Federconsumatori, Adusbef e Codacons, che avevano presentato istanza per sostenere la Procura, i giudici ricordano che il loro ruolo è difendere i consumatori, non possono fare ricorsi su «qualsiasi attività di tipo pubblicistico che si rifletta economicamente, in modo diretto o indiretto, sui cittadini». Nel merito di come il ministero dell’ Economia ha gestito quei contratti – il vero cuore di tutta la vicenda – la Corte segnala che l’ attività dei ministri e dei dirigenti del Tesoro ha aspetti discrezionali: «Il giudice non può sostituirsi all’ amministrazione nel valutare quali siano le migliori scelte gestionali e i migliori strumenti da utilizzare per il perseguimento dell’ interesse pubblico». Sul merito delle scelte c’ è insomma un certo livello di «insindacabilità ». Detto questo, i giudici contabili vanno anche nel merito della strategia dei dirigenti del Tesoro sui derivati che ha causato perdite ai conti pubblici: nel contesto in cui quelle scelte sono state fatte, il comportamento dei funzionari pubblici «non appare irrazionale e immotivato». Il Tesoro, è l’ opinione dei giudici, si è preso dei rischi come è normale che sia in un’ attività complessa come quella della gestione del debito pubblico. È andata male, ma le scelte fatte sono giudicate «ex ante, giustificabili». RIPRODUZIONE RISERVATA.
pietro sacc’

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