6 Gennaio 2011

Ma quanto ci sei costato

PRIMA E’ arrivato il kit di monete e banconote, seguito dall’ epoca dei doppi prezzi, giusto per prendere confidenza. E poi, nel gennaio 2002, l’ euro è entrato in vigore, per spodestare definitivamente la lira due mesi dopo: un traguardo, senza dubbio, che si è trascinato una scia di polemiche ancora vibranti adesso, quando la moneta affronta il suo decimo anno di età. Il motivo è semplice. Alcuni considerano il 2002 un anno cruciale, che ha visto un’ immediata impennata dei prezzi e il punto di origine di un’ onda lunga di rincari, arrivata fino ai giorni nostri. E’ di questo avviso il Comitato contro le speculazioni e per il risparmio, di cui fanno parte Adoc, Codacons, Movimento per la difesa del cittadino e l’ Unione nazionale dei consumatori, che ha rilevato come dal 2002 al 2010 gli aumenti nati dall’ introduzione dell’ euro abbiano gravato sulle famiglie per circa 9.950 euro. Ma lo rileva anche la fotografia scattata da Codacons che mette in evidenza come, dal 2002 al 2009, i prezzi di 100 beni di consumo, scelti fra i prodotti più usati, siano aumentati con pochissime eccezioni. L’ indagine, sottolinea Codacons, non ha rilevanza statistica, ma comprende dati raccolti in tutte le città italiane capoluogo di provincia e in esercizi di piccola e grande distribuzione. Qui a fianco riportiamo qualche esempio tratto dallo studio, che analizza gli aumenti caso per caso: dai crackers passati dalle 2.990 lire ai 2,20 euro del 2009, agli spaghetti di marca, che costavano 1.680 lire nel 2001 e ora sono arrivati a valere 1,21 euro. E’ sempre Codacons ad aver rilevato a caldo, il 7 gennaio 2002, le segnalazioni dei consumatori che avevano riscontrato arrotondamenti "selvaggi" sui beni di consumo quotidiano. «Abbiamo riscontrato la stessa dinamica sia nel costo delle fette d’ anguria che in quello delle case» spiega Gianluca Di Ascenzo, vice presidente del Codacons. E cita anche la sentenza cosiddetta "del cappuccino": «Quella emessa dal giudice di pace di Civitavecchia, che obbligò una barista di Ladispoli a restituire a un cliente la somma di 0,23 euro per aver arrotondato da 1.500 lire a un euro il costo della bevanda a poche settimane dall’ entrata in vigore della nuova moneta». Tre, secondo D’ Ascenzo, i settori che hanno risentito maggiormente dello "switch", del cambio fra lira ed euro: «Immobiliare, ristorazione e abbigliamento» osserva «e il danno si è avuto tutto a partire da quel momento, anche se poi i prezzi hanno continuato ad aumentare. Lo rivela il fatto che le famiglie italiane, secondo l’ ultimo rapporto Istat, non riescono a far fronte a una spesa imprevista di 750 euro. A pensarci bene, prima dell’ introduzione della moneta europea corrispondevano a un intero stipendio». Proprio all’ Istat, e ai dati sull’ inflazione del 2002, fa riferimento Livia Patrignani, funzionaria dell’ ufficio studi di Confcommercio, la cui posizione è lontanissima da quella del Codacons e da quella di un altro istituto di ricerca, l’ Eurispes, che nel 2003 realizzò una propria indagine sui prezzi (vedi articolo a fianco): «In quell’ anno l’ inflazione rilevata dall’ Istat era compresa tra il 2,5 e il 2,7%. Per quanto riguarda gli alimentari, si parlava del 3,6%, con punte del 5,2% per gli alimentari non lavorati» dice «non è mai stata provata un’ inflazione del 15%, come quella evidenziata da certe altre rilevazioni. La conversione fra mille lire e un euro non c’ è mai stata». Secondo Patrignani, a giocare un ruolo centrale sarebbe stata la percezione degli aumenti da parte dei consumatori: «Un fenomeno comune a tutta Europa» afferma «se veramente ci fosse stato un aumento dei prezzi pari al 20%, così come si ipotizza, come avrebbero potuto sostenerlo le famiglie? Avrebbero dovuto calare i loro consumi di almeno il 10%». In sostanza, quindi, secondo l’ ufficio studi Confcommercio, fra il 2001 e il 2002 non è successo nulla. «L’ euro può avere anche giocato al rialzo, ma dell’ uno o del due per cento nel bilancio complessivo di una famiglia» conclude «tutti noi, poi, consumiamo beni diversi: c’ è chi compra più alimentari, chi più articoli di altro genere. Ognuno, in pratica, ha la sua inflazione». E ognuno si può riservare il diritto di considerare a buon titolo calato il proprio potere d’ acquisto. O lo sfizio di convertire i prezzi in lire, per capire come eravamo. nieddu @ilsecoloxix.it © riproduzione riservata 0 Registrati o entra per commentare Edicola digitale.
 

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