Ue: no a dicitura “cioccolato puro” Codacons: passo indietro made in Italy
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- TG COM
La sentenza della Corte di giustizia europea che ha condannato l’Italia per avere autorizzato la denominazione ”cioccolato puro” sulle etichette di prodotti di cioccolata, che invece avrebbero dovuto segnalare anche la presenza di ”altri grassi vegetali oltre al burro di cacao”, ha suscitato le polemiche dei "puristi" del prodotto. Secondo il Codacons e la Confederazione Italiana Agricola la condanna Ue lede gravemente il marchio made in Italy.
Per Guido Gobino, uno dei più noti artigiani del cioccolato a Torino, invece "la Corte di giustizia dell’Unione Europea non ha tutti i torti a bocciare la dicitura ‘cioccolato puro’ sulle etichette". "Quella denominazione, in effetti, – ha detto Gobino – un po’ di confusione nei consumatori la crea e può anche indurli in errore”. Il Ferran Adrià del cacao, infatti, non l’ha mai usata. ”Ci sembrava inutile scriverla – ha spiegato – perché il consumatore ci conosce. E’ inutile usare un termine che nessuno sa cosa vuol dire. Chi sa spiegare che cosa significa cioccolato puro? I prodotti vengono giudicati in base agli ingredienti utilizzati ".
Secondo Eugenio Guarducci, presidente dell’Eurochocolate: "Dobbiamo domandarci quali sono state in questi anni le azioni che il nostro Paese ha messo in atto non tanto per tutelare il cioccolato italiano e i suoi consumatori, ma per proteggere la cultura di un prodotto di qualità", a prescindere da etichettature varie, " a livello internazionale”. ”Stupisce – ha continuato Guarducci – che la condanna da parte della Corte di giustizia europea sull’introduzione dell’aggettivo ‘puro’ a fianco della parola cioccolato sulle etichette dei prodotti italiani abbia suscitato tutto questo clamore”. Secondo il presidente dell’Eurochocolate la stessa lobby che ha voluto l’introduzione dei grassi vegetali ha saputo in questi anni annichilire ogni possibile e doveroso sforzo rivolto alla tutela di uno dei prodotti più rappresentativi della cultura alimentare europea.
La direttiva Ue violata dall’Italia
Nel 2000 l’Ue aveva autorizzato gli Stati membri a usare nel cioccolato fino al 5% di grassi vegetali sostitutivi del burro di cacao, alla sola condizione di indicarlo chiaramente nella lista degli ingredienti. La direttiva, caso davvero singolare nella storia comunitaria, aveva sostanzialmente trasformato in regola vincolante per tutti gli Stati membri un’eccezione che era stata inizialmente concessa ai soli paesi entrati più tardi nella Comunità europea (in particolare Gran Bretagna e paesi nordici), che commercializzavano su loro territorio cioccolato contenente i grassi sostitutivi, meno cari del burro di cacao. Elaborata dalla Commissione sotto le pressioni delle multinazionali del cioccolato (come la britannica Cadbury, la belga Callebout, la svizzera Nestlé), la direttiva era stata approvata a maggioranza qualificata dal Consiglio Ue, con il voto favorevole dell’Italia.
L’Italia, dopo le proteste dei consumatori e dei ‘puristi’ del cioccolato, aveva varato una normativa che prevedeva la dicitura ‘cioccolato puro’ nelle denominazioni di vendita, o l’aggiunta di questa indicazione in altra parte dell’etichettatura dei prodotti che non contenevano grassi vegetali sostitutivi. La normativa prevede anche ammende da 3mila a 8mila euro in caso di violazione. La Commissione europea, ritenendo che il consumatore è informato sufficientemente sulla presenza o meno nel cioccolato di grassi vegetali sostitutivi mediante la lista degli ingredienti, e che fosse sproporzionato e contrario alla direttiva l’impiego di una distinta denominazione di vendita, aveva deferito allora l’Italia alla Corte Ue, che le ha dato ragione. Secondo la Corte, l’aggiunta di grassi sostitutivi a prodotti di cacao e di cioccolato che rispettano i contenuti minimi previsti dalla normativa Ue non può produrre l’effetto di modificarne sostanzialmente la natura, al punto di trasformarli in prodotti diversi e, di conseguenza, non giustifica una distinzione delle loro denominazioni di vendita.
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