26 Settembre 2009

Soffrono i piccoli. In Sicilia 3.306 negozi chiusi contro 2.263 aperture

 
Roma. Consumi interni ancora in crisi. Le vendite al dettaglio nel mese di luglio hanno registrato un calo del 2,6% su base annua e dello 0,4% nel mese. Si tratta del sesto calo consecutivo su base annua, secondo l’Istat. La flessione è stata del 3,7% per le piccole imprese, ma anche la grande distribuzione ha sofferto, perdendo lo 0,8%. Colpiti prodotti alimentari e non in tutti i negozi, esclusi gli esercizi specializzati. Strage per le micro imprese, che hanno visto le vendite scendere del 4,3% su base annua. Nei primi sei mesi dell’anno la Regione in cui hanno abbassato per sempre le saracinesche il maggior numero di negozi è la Campania (dove hanno chiuso 4.598 punti vendita), seguita dalla Lombardia (4.056 chiusure). La Sicilia fa registrare un saldo negativo di 1.043 imprese, con 3.306 chiusure e 2.263 aperture di nuovi negozi. La recessione e le prospettive incerte sul futuro frenano la domanda per consumi delle famiglie. Nei primi sette mesi dell’anno le sole vendite di prodotti alimentari hanno segnato una flessione dell’1,7%, mentre sono andate a picco calzature e abbigliamento (-2,8%). I beni di lusso, orologeria e gioielleria, hanno segnato la flessione più alta, pari al 3,6%. L’Istat ha rilevato anche la discesa dei prodotti farmaceutici (-4,4%), calzature, cuoio e articoli per viaggio (-4%). Una nota dell’Ufficio studi della Confcommercio spiega che il tasso dell’inflazione a luglio ha toccato il minimo storico (-0,2%). Al netto, il volume delle vendite mostra una certa stazionarietà e un decremento su base annua meno negativo rispetto ai mesi precedenti. Ma il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, è preoccupato per la discesa delle vendite che interessa i piccoli negozi e fa immaginare altre chiusure di piccole imprese. Il Centro studi Cidec ritiene a rischio almeno 30 mila piccoli negozi, che stanno facendo i conti con una crisi gravissima e un calo dei consumi inesorabile. Si avrebbe una ricaduta sui posti di lavoro che potrebbe essere drammatica, senza un piano di intervento straordinario. Il Cerm, istituto indipendente di analisi economica sulla competitività e la regolazione dei mercati, invoca «più concorrenza nella distribuzione per rafforzare la ripresa della domanda interna». Attualmente, gli sbocchi sul mercato interno restano ancora deboli, influenzati da prezzi al consumo troppo rigidi rispetto alla congiuntura e alla dinamica dei prezzi alla produzione. Una maggiore flessibilità dei prezzi al consumo potrebbe sbloccare il mercato interno. Alla persistente debolezza della domanda per consumi delle famiglie i consumatori replicano con le ormai tradizionali proposte. Per Adiconsum, è importante salvaguardare il livello dei consumi e favorire una loro ripresa in tempi brevi; garantire gli ammortizzatori sociali a tutti coloro che hanno perso o rischiano di perdere il posto di lavoro. Adiconsum insiste per la detassazione della tredicesima e dei salari aziendali e territoriali.  Il Codacons richiama l’attenzione sulla crisi che risulta più grave per le piccole imprese rispetto alla grande distribuzione. Se i negozi di vicinato non vogliono abbassare le saracinesche, dovranno ridurre i prezzi di almeno il 20%. I consumatori mettono sotto accusa anche la legge finanziaria, perché non prevede nessuna politica dei redditi e non contiene nemmeno una misura per favorire la concorrenza e la trasparenza del mercato.
 

 

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