Per le famiglie italiane la recessione è tutt’altro che finita
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fonte:
- Libertà
Per le famiglie italiane la recessione è tutt’altro che finita. Malgrado piccoli segnali di ripresa dell’economia giungano anche dal nostro paese (a luglio, rispetto a giugno, fatturato e ordinativi dell’industria sono cresciuti rispettivamente dello 0,7% e del 3,2%), a frenare la crescita è ancora il calo della domanda interna. Un problema non da poco, se è vero che soltanto nel 2013 i consumi pro capite torneranno ai livelli pre-crisi (cioè del 2007), mentre per quest’anno e anche per il prossimo continueranno a calare dello 0,6%. A rivelarlo, numeri alla mano, non è la sinistra "catastrofista", ma uno studio della Confcommercio presentato ieri a Venezia alla presenza di un imbarazzato Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione. «Abbiamo fatto un salto indietro di dieci anni, i consumi pro capite che avremo nel 2011 saranno gli stessi che abbiamo avuto nel 2000», sottolinea Paolo Galimberti, presidente dei Giovani Imprenditori dell’associazione. La stessa Confcommercio indica quindi al governo la strada da seguire: detassare, in modo parziale, il reddito da lavoro dipendente; più credito alle imprese da parte degli istituti; incentivi all’innovazione e valorizzazione del capitale umano. La detassazione di parte dei salari «non scasserebbe i conti pubblici – argomenta Galimberti – che avrebbero un ritorno dal maggior gettito ottenuto dalla crescita del prodotto e dalle vendite». Messo nell’angolo, Brunetta si limita a prendere tempo: «In questo momento stiamo aspettando l’affermazione del punto di svolta – ha spiegato il ministro – e sulla base di questo, penso per l’autunno, e quindi una volta approvata la Finanziaria, inizieremo a ragionare su come passare alla fase due, su come passare cioè dalla fase difensiva a quella dell’espansione e della stimolazione dell’economia». Una dichiarazione che equivale a una confessione. Da mesi infatti i sindacati non fanno altro che denunciare l’assoluta inadeguatezza delle misure anticrisi messe in campo dall’Italia rispetto agli altri paesi. Ieri Cgil Cisl e Uil hanno intimato al governo di mantenere gli impegni presi sul rinnovo contrattuale del pubblico impiego per il triennio 2010-2012, prevedendo nella prossima finanziaria le risorse necessarie (circa 8 miliardi di euro). «I patti saranno rispettati», ha tagliato corto Brunetta. E tuttavia di ben altri interventi avrebbe bisogno il paese per rimettersi in corsa. Il sindacato Cub, ad esempio, chiede il blocco dei licenziamenti, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e «consistenti aumenti» di salari e pensioni. Richieste che la Cub sosterrà con lo sciopero generale del 23 ottobre. La proposta di detassazione dei salari e delle pensioni, oltre che dalla Confcommercio e dai sindacati, è condivisa anche dalle associazioni dei consumatori, che hanno indetto una manifestazione per il 23 settembre a Piazza Montecitorio. «Non basta restare sulla riva del fiume ed attendere che la crisi, prima o poi, naturalmente, finisca. Il governo italiano farebbe bene a dirci cosa intende fare per risolvere il problema del progressivo impoverimento delle famiglie italiane che, iniziato nel 2002, dura ormai da più 7 anni», insiste il Codacons, che sollecita provvedimenti «per rilanciare i consumi delle famiglie, aumentare la concorrenza, migliorare l’efficienza e la trasparenza del mercato».
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