22 Marzo 2018

Zuckerberg: «sono io il responsabile»

ROMA«Sono responsabile di quello che è successo. Facebook ha commesso errori. Abbiamo la responsabilità di proteggere i vostri dati, e se non riusciamo a farlo, non meritiamo di essere al vostro servizio». Dopo 48 ore dallo scoppio della scandalo che ha travolto Facebook e accusato di aver passato all’ agenzia specializzata in campagne elettorali, la Cambridge Analytica 50 milioni di profili di suoi utenti, l’ ad e fondatore del social, Mark Zuckerberg è uscito dal silenzio, spiegando al mondo in un lungo post, che sta lavorando «per capire esattamente cosa è successo e assicurarsi che non accada mai più».«Indagheremo su tutte le app che hanno avuto accesso a grandi quantità di informazioni prima che cambiassimo la nostra piattaforma per ridurre l’ accesso ai dati nel 2014 – ha spiegato – e condurremo una piena verifica di ogni app con attività sospette», assicura il numero uno di Facebook che ha annunciato che verranno rintracciati tutti gli utenti che a loro insaputa sono stati spiati grazie all’ app ideata apposta da Aleksandr Kogan. «E se troveremo sviluppatori che hanno fatto cattivo uso di informazioni di identificazione personale li bandiremo e lo comunicheremo a tutti coloro colpiti da queste app. Ciò includerà anche le persone dei cui dati Kogan ha abusato». Intanto il titolo in Borsa è scivolato al -7% bruciando 50 miliardi di dollari in due giorni. Ma siamo ancora all’ inizio di questo scandalo globale. Negli Stati Uniti è scattata la prima class action contro Fb e Cambridge Analytica. L’ azione legale è stata avanzata presso la corte distrettuale di San Josè, in California, e potrebbe aprire la strada a molte altre cause collettive per la richiesta dei danni provocati dalla mancata protezione dei dati personali. Raccolti senza alcuna autorizzazione, utilizzati per avvantaggiare la campagna di Donald Trump. Si prevede una class action anche in Italia annunciata dal Codacons dopo la richiesta di chiarimenti avanzata dall’ Agcom circa l’ impiego dei dati per finalità politiche. C’ è infatti anche un partito italiano tra i clienti della società incriminata del furto di dati sensibili. E in Gran Bretagna scoppia il caso del ministero della Difesa britannico che si scopre ha collaborato in almeno due «progetti» con la società di consulenza da cui è nata la Cambridge Analytica. Non solo. Fino al 2013 l’ agenzia era nella cosiddetta Lista X, sorta di marchio di garanzia accordato ad aziende ammesse a lavorare col governo in settori sensibili e a conoscere informazioni riservate. A denunciarlo è stato The Guardian, il giornale che aveva rivelato l’ uso dell’ app-spia (da cui si carpivano informazioni sugli utenti dei social per deviarne l’ opinioni a fini elettorali) anche durante il referendum sulla Brexit. Ma lo scandalo arriva direttamente alla Casa Bianca, visto Steve Bannon, capo della campagna elettorale di Trump è stato vicepresidente di Cambridge Analytica dal 2014 fino all’ agosto 2016. Secondo Chris Wyle l’ ex dipendente ventottenne della società di raccolta dati l’ uomo che ha rivelato al mondo lo scandalo, a coordinare direttamente le prime operazioni di Cambridge Analytica per l’ acquisto di dati, compresi i profili di Facebook, fu proprio Steve Bannon spendendo un milione di dollari, con l’ obiettivo di creare profili dettagliati di milioni di elettori americani. L’ ex stratega di Donald Trump nel 2014 era capo del sito di estrema destra “Breitbart News” quando entrò ai vertici della società britannica affascinato dall’ idea di diffondere le sue idee attraverso la tecnologia. La stessa società che un anno prima aveva aiutato a fondare con Robert Mercer, ex matematico dell’ Ibm, miliardario con la passione della politica. Repubblicano convinto, vive recluso a Long Island. Secondo Wylie, che ieri è stato intervistato nello studio del suo avvocato dal Washington Post, sia Bannon che Rebekah Mercer, figlia di Robert, parteciparono alle conference call del 2014 durante le quali vennero discussi i piani per la raccolta dati di Facebook. Così saltò fuori l’ idea della app-spia presentata agli utenti come strumento di ricerca psicologica. In realtà, bastava un clic per che tutti i dati dell’ utente (compresi i suoi orientamenti politici) venissero trasferiti alla compagnia. Zuckerberg ha promesso di rintracciarli.©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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