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3 Maggio 2018

Vittime della “tempesta perfetta”

la morte per assideramento di sette membri di un gruppo di italiani
Stefan Wallisch BOLZANO Alla partenza dalla Cabane des Dix, lunedì mattina, il sole splendeva ancora, ma nel giro di poche ore lo spettacolare paesaggio delle Alpi svizzere con il suo mare di vette oltre i tremila metri sarebbe stato travolto da una tempesta perfetta, nella quale sono morti assiderati sette membri di un gruppo di scialpinisti italiani. Si tratta di uno degli incidenti più gravi nella storia dell’ alpinismo europeo. «Hanno cambiato percorso nella speranza di raggiungere il rifugio de Vignettes ancora con il bel tempo, ma a 500 metri dalla meta sono rimasti bloccati dal maltempo», racconta Giovanni Paolucci, fratello di Betti, una delle tre vittime bolzanine. La dinamica della tragedia, che si è consumata sulla Pigne d’ Arolla, è più chiara, anche se alcune domande resteranno probabilmente senza risposta per sempre. La perturbazione era preannunciata da tempo e così la guida alpina Mario Castiglioni ha optato per una tappa più breve lungo l’ Haute Route, l’ itinerario scialpinistico che collega Chamonix con Zermatt, ripiegando su un rifugio più vicino. «800 metri di dislivello in salita e 1.000 in discesa non sono davvero tanti», conferma Giovanni Paolucci che come la sorella è uno scialpinista esperto. «Il problema – aggiunge – è stato però la quota, visto che il punto massimo si trovava a 3.800 metri, che mi sembra un po’ tanto». Pare che altre comitive abbiano raggiunto il rifugio percorrendo un itinerario apparentemente più semplice. Non usa mezzi termini Tommaso Piccioli, l’ unico italiano sopravvissuto: «Era una gita difficile non da fare in una giornata dove alle 10 sarebbe iniziato il brutto tempo non era neanche da pensarci», dice. Inoltre, aggiunge, il gps dello smartphone della guida alpina non sarebbe stato adeguato per l’ alta montagna. La polizia svizzera ha confermato ai familiari, accorsi a Sion per il triste compito del riconoscimento delle salme, che tutti gli scialpinisti erano ben equipaggiati. «Se a quella quota vieni sorpreso da una tempesta con raffiche di 100 km/h non hai chance», spiega il fratello di Betti. «Quando ti trovi nel whiteout, una sorta di nebbia di neve e vento gelido fortissimo, non c’ è colpa, perché non si vede più niente», conferma Reinhold Messner. In queste condizioni ogni passo può diventare una trappola mortale, come infatti è accaduto a Castiglioni, precipitato e morto nel tentativo di individuare l’ itinerario verso il rifugio. Il gruppo, già stremato dalla fatica e dal freddo, è così rimasto senza guida. Sul pendio roccioso non hanno neanche potuto scavare una buca nella poca neve per mettersi al riparo. E lentamente sono svanite le forze. Non sono sopravvissuti oltre a Betti Paolucci, la coppia bolzanina Marcello Alberti e Gabriella Bernardi, come anche Kalina Damyanova, la moglie bulgara della guida alpina, mentre la sesta vittima è un comasco, Andrea Grigioni, 45 anni, di Lurate Caccivio, che lavorava come infermiere in Svizzera. Ieri pomeriggio è deceduta anche una 42enne di Parma, Francesca Von Felten, ricoverata in gravissime condizioni all’ ospedale di Berna. L’ inchiesta delle autorità svizzere «è ancora in corso» e per ora «non vi sono ipotesi di reato: è stato semplicemente aperto un fascicolo per determinare le circostanze dei decessi», informa la procura generale del Cantone Vallese. Il Codacons chiede invece in un esposto alla procura di Roma di «indagare alla luce della possibile fattispecie di concorso in omicidio colposo plurimo».

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