20 Maggio 2010

Venezia umiliata Il Coni dice Roma

 

 
Senza pietà, senza rispetto, senza nemmeno concedere a Venezia l’onore delle armi. Anzi, con l’arroganza della razza padrona che umilia la città che ha osato sfidare Roma per l’organizzazione delle Olimpiadi del 2020 e la lascia annaspare a una frazione di punto da quella sufficienza che l’avrebbe tenuta in gara per il voto del Consiglio Nazionale del Coni. «Noi vogliamo vincere, non solo partecipare» ha enfaticamente dichiarato nel salone del Foro Italiaco il presidente nazionale dello sport, Gianni Petrucci. Così è stato. Roma ha vinto. Petrucci ha vinto. Il Coni ha vinto. Anzi, hanno stravinto, dentro una babele di belle parole, elogi nient’affatto convinti ai vinti, trattati come dilettanti allo sbaraglio. Come se il copione fosse già scritto con il lieto fine per una città abituata a ballare tra grandi eventi, buchi milionari, incompiute a cielo aperto e scandali giudiziari.
      Il segreto di Pulcinella è stato mantenuto fino all’ultimo. Nessuno ha anticipato il voto che la Commissione di valutazione aveva inflitto a Venezia, relegata a 20,1 punti (su un massimo di 35), un battito di ciglia dalla sufficienza fissata a quota 21. Roma è schizzata nel cielo olimpico con un progetto valutato 32,3. In decimali, la capitale batte il Veneto 9,2 a 5,7. Niente palla al centro. Solo pive nel sacco.
      È bastato che circolasse in sala a mezzogiorno l’analisi tecnica comparata per capire quanto per Venezia si stesse mettendo male. Punti di criticità ovunque. Le isole, i vaporetti, i tempi di percorrenza, gli alberghi insufficienti, gli impianti tutti da realizzare, la mancanza di esperienza nel terreno dello sport dove Roma è regina. Scuoteva la testa in prima fila, tra il pubblico, Federico Fantini, il manager che ha fortissimamente voluto che i cinque cerchi sventolassero a San Marco. «Non hanno voluto capire…».
      A mezzogiorno in punto compare Petrucci. Annuncia che il Codacons ha presentato un ricorso al Tar del Lazio (avrebbe voluto essere interpellato) e che i presenti sono 67 su 78. Poi, puntigliosamente, elenca il percorso che ha portato il Coni al giorno della decisione. «Avevamo stabilito le tappe, nessuno può stupirsi ora. C’è un decalogo. Nella Commissione ci sono cinque colossi dello sport, i rappresentanti italiani nel Cio. C’è il segretario Pagnozzi…». La nomenklatura al completo è in formazione da gara, anzi da combattimento.
      Poco decoubertinianamente, Petrucci s’infila l’elmetto. «Abbiamo lavorato nell’interesse del Paese per scegliere la candidatura più credibile che abbia la possibilità di successo. Non siamo qui per partecipare, noi vogliamo vincere». Sguaina la baionetta. «Tutte e due le proposte sono belle, affascinanti… Io non ho mai fatto pressioni su un solo componente del Consiglio. Ho agito alla luce del sole. Si alzi e dica solo uno di voi se gli ho telefonato…». Silenzio. Anche se le pressioni ci fossero state, uno sarebbe matto a dirlo. «Ecco, vedete… non lo può fare nessuno. E noi possiamo votare serenamente».
      Ma il voto c’è e non c’è. Non è un voto tra due sfidanti, è un’acclamazione. Il fido segretario Pagnozzi legge l’analisi parametrica. Alla penultima pagina il gioco si fa duro. Perché Venezia non supera i 21 punti. Il Coni voleva una candidatura unica e l’ha avuta. Si alza il consigliere Giorgio Scarso (scherma): «Ma se Venezia non arriva alla sufficienza, allora non è presentabile?». «È esatto». Per tagliare le gambe a tutti, ecco le parole di Franco Carraro e Mario Pescante, che a Venezia riconoscono solo l’ardore.
      Partita chiusa. Fischio finale. La gara non c’è più, forse non c’è mai stata. La valutazione non è un bluff, perché coglie elementi di criticità reali, ma li trasforma in condanne a morte. Venezia paga la sua fragilità unica al mondo. La sua illibatezza nell’organizzare grandi eventi. La mancanza di strutture sportive già esistenti. Eppure la cornice del quadro è falsa. Eccessiva per convincere che ieri, al Foro Italico, non si sia giocata una gara ad handicap. O con il trucco.
 

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