26 Giugno 2017

In Veneto lo Stato investe 17 miliardi, Intesa 1 euro

più che un salvataggio un dono all’ istituto guidato da carlo messina
In che senso si possa parlare di un “salvataggio”, come lo ha definito il ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan all’ uscita del Consiglio dei ministri, non è chiaro. Ieri pomeriggio il governo ha varato in 20 minuti un decreto che manda in liquidazione coatta Popolare di Vicenza e Veneto Banca, fa carta straccia di azioni e obbligazioni subordinate, prefigura la chiusura di 600 sportelli e almeno 3mila posizioni lavorative, assegnando a Intesa Sanpaolo, per la cifra simbolica di un euro ciascuna, gli attivi rimasti, ripuliti dai crediti problematici. A Intesa, che quest’ anno distribuisce 3 miliardi di dividendi ai soci, lo stato mette a disposizione subito 5 miliardi e 185 milioni: 4,785 miliardi come anticipo di cassa che, ha spiegato il ministro, servono per mantenere la “capitalizzazione e il rafforzamento patrimoniale della banca”, più 400 milioni di garanzie per coprire un po’ di crediti dubbi da valutare al termine della due diligence. Ma l’ esborso complessivo rischia di essere molto superiore : ai 5 e passa miliardi di dote si sommano infatti circa 12 miliardi di garanzie per coprire i rischi che il numero uno di Intesa Carlo Messina non vuole accollarsi. Le due garanzie più rilevanti riguardano, ha spiegato Padoan, “la retrocessione di crediti non in bonis” (6,3 miliardi) e “crediti attualmente in bonis ma classificati ad alto rischio” (4 miliardi). Insomma, un regalone. La vicenda è precipitata lo scorso 23 giugno, quando la Banca centrale europea ha dichiarato il dissesto delle due banche, rendendo impraticabile la “ricapitalizzazione precauzionale” in stile Montepaschi. Ma l’ epilogo non era per niente scontato visto che, come ha rivelato Reuters, a fine maggio quattro fondi internazionali avevano dato la disponibilità a mettere gli 1,2 miliardi di capitale privato che la Concorrenza Ue chiedeva per procedere con la ricapitalizzazione precauzionale coi soldi pubblici. Se il Parlamento darà l’ ok al decreto, è l’ epilogo di una vicenda fatta di malagestione bancaria, bizantinismo regolatorio europeo e leggerezza ministeriale. Di fronte a quella che sembrava una scelta obbligata: far pagare il risanamento delle banche venete ai contribuenti oppure a risparmiatori e azionisti (come impongono dal gennaio 2016 le norme sulle crisi bancarie dette bail in), si è riusciti, perdendo due anni di tempo, a farlo pagare salatissimo sia ai primi (il Codacons calcola un costo di 708 euro a famiglia), sia ai secondi, sia al resto del sistema bancario, che attraverso il fondo Atlante ha messo nell’ ultimo anno nelle due venete 3,5 miliardi. L’ operazione, anche se ha un nome diverso, assomiglia molto al bail-in che a fine 2015 ha liquidato le quattro banche locali di Marche, Etruria, Chieti e Ferrara. Anche qui, sono salvi correntisti e obbligazionisti senior, mentre la sorte degli azionisti è segnata e quella dei detentori di bond subordinati appesa a un’ improbabile recupero una volta venduti gli attivi delle due entità che prendono in carico i crediti deteriorati, le cosidette bad bank. Secondo quanto ha detto Padoan al termine del Consiglio, l’ operazione non dovrebbe avere impatti sul deficit pubblico, dato che le risorse sono prese dai 20 miliardi stanziati a dicembre per le ricapitalizzazioni precauzionali delle banche in crisi e grazie all’ accordo dell’ Ue (su cui c’ è stata una lunga trattativa). Non sarà una passeggiata l’ integrazione delle filiali bancarie. Dei 3.900 sportelli di Intesa in Italia, oltre 800 sono nelle quattro regioni del Nordest, in parte eredità della ex Banca Cattolica del Veneto. Nei giorno scorsi si è parlato di 600 sportelli da chiudere; mentre il conto degli esuberi potrebbe arrivare a 4mila unità, di cui 1500 delle due venete e gli altri di Intesa. Per accompagnare all’ uscita senza traumi una tale massa di dipendenti ci vogliono molti soldi. L’ ultima legge di Bilancio ha stanziato 650 milioni per l’ intero comparto e non bastano. Intesa avrebbe chiesto al governo di farsi carico anche di queste spese (tra 1,2 e 2,5 miliardi). Ora si aprirà anche il capitolo contenziosi. Qualcuno dovrà spiegare a chi ha sottoscritto bond subordinati, ora azzerati, qual è la logica per cui ai titolari di azioni, titoli un profilo di rischio maggiore, a gennaio è stata offerta una transazione riparatoria.
marco maroni

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