18 Marzo 2010

Vedere due volte, ma non da piccoli

La tecnologia 3D prevede due diversi tipi di visione. La prima è quella con gli occhiali cosiddetti «attivi» che dialogano con la proiezione creando un’ illusione stereoscopica tale per cui il film viene visto da due angolature diverse e il cervello riceve immagini dissociate, quindi la percezione del rilievo. La seconda è quella con gli occhiali cosiddetti «passivi» che interagiscono con i Silver Screen (schermi ad alta resa chiamati così perché hanno una patina argentata) e oscurano di volta in volta un occhio e l’ altro dando l’ illusione della profondità. Alcuni esperti giudicano questa seconda opzione, cioè quella con occhiali usa e getta graditi dal Ministero della salute, migliore anche dal punto di vista della resa spettacolare. Il «caso 3D» è esploso a Milano a opera del Codacons che denuncia rischi di natura igienica derivanti dal passaggio da una persona all’ altra degli occhialini e rischi per la salute degli occhi, soprattutto per i minori di 6 anni ai quali infatti la visione è vivamente sconsigliata perché non hanno ancora sviluppata una perfetta visione binoculare. Anec e Anem, le associazioni degli esercenti, esprimono «fortissima preoccupazione» e parlano di «confusione in atto riguardo la questione occhiali 3D» e di «una vera e propria campagna di ingiustificato allarmismo». Tra gli oftalmologi italiani il dibattito sul possibile danno provocato dalla visione in 3D è tutt’ ora aperto. La maggioranza degli esperti comunque ritiene che l’ uso prolungato del 3D non crei problemi agli adulti ma tutti sconsigliano la visione di più di uno spettacolo al giorno. Con riferimento al «rischio di trasmissione di infezioni batteriche e virali derivanti dall’ utilizzazione inadeguata degli occhiali 3D», il Ministro Ferruccio Fazio scrive che «l’ utilizzo di occhialini 3D debba essere garantito con fornitura del tipo monouso».

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