2 Novembre 2009

“Vaccinazioni, non c’è più tempo”

Il presidente dei pediatri: troppi ritardi, immunizzare subito bambini e malati cronici

DOVEVA funzionare tutto come un orologio: il piano nazionale di distribuzione delle dosi e i singoli piani di intervento delle regioni cui compete la campagna di vaccinazione. E invece la rapida propagazione del virus A ha messo a nudo le pecche del sistema di prevenzione allestito dal ministero del Welfare per fronteggiare l’AH1N1. Sulla maggior parte del territorio italiano le Asl sono ancora ferme alla cosiddetta fase 1, ossia alla vaccinazione degli operatori sanitari; mentre si contano sulle dita di una mano le regioni che hanno cominciato ad occuparsi dei pazienti a rischio (fase 2). L’influenza è stata più veloce delle contromisure ed ora «non c’è più tempo da perdere», avvertono i medici di famiglia che chiedono alla sanità pubblica di accelerare quanto più possibile la campagna di vaccinazione, per arrivare a "coprire" nel giro di pochi giorni almeno i soggetti affetti da patologie croniche e i bambini. Farlo tra due mesi, dicono gli esperti, sarebbe inutile, perché il picco sarebbe ormai passato. Se si è verificato, come pare, un corto circuito nel piano di prevenzione, di chi è la colpa? Le regioni sostengono di aver ricevuto in ritardo e con il contagocce i vaccini.  Il Codacons, associazione di consumatori, avvalora questa tesi annunciando un esposto alla procura della Repubblica di Roma per accertare eventuali responsabilità. Ma ieri il ministero del Welfare ha diffuso una nota per precisare che «alla data del 30 ottobre scorso, tutte le regioni sono state in grado di iniziare l’offerta vaccinale». Come dire: d’ora in avanti ogni giorno di ritardo non sarà da attribuire al ministero. Una terza quota di vaccino sarà distribuita nei prossimi giorni. «Complessivamente, con queste prime tre consegne, alle Regioni sono state distribuite più di 2 milioni di dosi di vaccino, ripartite proporzionalmente alla popolazione residente di ciascuna» precisa il ministero. Pasquale Di Pietro, genovese, è il presidente della Società italiana di pediatria che ieri ha toccato il tempo alle regioni. Avete segnalato un pericolo? «Abbiamo segnalato l’esigenza di di affrettare al massimo i tempi di intervento a tutela dei pazienti cronici, quelli che rischiano di più». Ci sono regioni che al momento hanno fatto poco o nulla. «Il nostro osservatorio nazionale ci dice che alcune regioni sono effettivamente in ritardo rispetto ad altre. E non è giusto, perché tutti gli italiani devono essere protetti allo stesso modo da questa influenza». Quali problemi si sono verificati? «Il vaccino si è reso disponibile in ritardo, ma a questa difficoltà oggettiva si sono poi aggiunte disorganizzazione e confusione a livello territoriale. Non vogliano gettare la croce addosso a nessuno, ci interessa, invece, che alle istituzioni arrivi questo messaggio: affrettatevi a vaccinare i pazienti cronici. E dal momento che alcuni di loro saranno da convincere, prima si parte meglio è. Lo stesso discorso vale per i bambini per i quali sono necessari due vaccini. Bisogna accelerare al massimo i tempi». Intanto si è fatto largo un partito anti-vaccinazione. Cosa ne pensa? «Penso che l’utilità del vaccino per i pazienti a rischio sia assolutamente fuori discussione». È però vero che esistono controindicazioni. «Pochissime, ma è giusto informare i cittadini anche rispetto a questa obiezione. Diventa allora fondamentale il dialogo con il proprio medico che spiegherà vantaggi e potenziali rischi, veramente minimi, dell’immunizzazione. Ma ripeto, il messaggio è di vaccinare sicuramente la popolazione più esposta a rischi». Dal ministero continuano ad arrivare affermazioni tranquillizzanti rispetto all’impatto dell’AH1N1. «Credo sia giusto rasserenare la popolazione, purché ciò non comporti una sottovalutazione dei rischi». Negli ultimi giorni i pronto soccorso sono stati assediati. «Mi risulta che in Campania qualche ospedale sia andato in tilt. In Liguria, invece, sta reggendo la collaborazione tra pediatria di famiglia e ospedaliera. Il nostro appello alle famiglie è di non affollare i pronto soccorso per casi non realmente critici, anche perché queste strutture sono luoghi in cui può avvenire la trasmissione della malattia».

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