8 Settembre 2016

Università aperta, numero chiuso

Università aperta, numero chiuso
i test d’ ingresso funzionano: producono professionisti e non disoccupati

Il test d’ ingresso alla facoltà di Medicina con 62.695 aspiranti per 10.132 posti ha dato luogo alle solite proteste di associazioni studentesche e dell’ immancabile Codacons “per violazione del diritto allo studio sancito dalla Costituzione”. In calo invece le denunce di domande trabocchetto o sballate. Tutto è migliorabile, quello che però pochi dicono è che il numero chiuso – presente nel resto d’ Europa e con modalità diverse per tutte le facoltà in Gran Bretagna – ha dall’ introduzione (1999) migliorato la qualità dello studio e soprattutto avvicinato i laureati al lavoro; il quale è garantito per cinque anni dopo il superamento del concorso di specializzazione. Quest’ ultimo, da quando è nazionale, riduce favoritismi e clientele accademiche mentre i ragazzi si rendono disponibili a trasferirsi di città, al contrario di molti insegnanti autoproclamatisi deportati. Medicina offre il 95,5 per cento di sbocchi lavorativi e retribuzioni medie nette per gli specializzati di 1.560 euro. Con chance di lavoro sempre ben oltre il 90 per cento la precede Scienza della Difesa e Sicurezza, offerta solo da tre atenei, e la segue Ingegneria. Tutte a numero chiuso, compresa Ingegneria per molte sedi e per i corsi più applicativi. Le minori opportunità vengono invece dalle facoltà a numero aperto: letterarie, giuridiche e da qualche tempo anche economiche; così che a Milano la Statale e la Bocconi richiedono il test d’ ingresso. La conclusione è ovvia: estendere il numero chiuso anziché invocare un diritto allo studio che rischia di produrre disoccupati o lauree che restano nel cassetto, a spese di tutti.

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