2 Ottobre 2015

Unilever si mangia il gelato italiano Grom si scioglie nella multinazionale

Unilever si mangia il gelato italiano Grom si scioglie nella multinazionale

il gruppo torinese nella corporation del cornetto algida e carte d’ or
FARE il gelato più buono del mondo. E farlo assaggiare a tutto il mondo. Era un sogno, un impegno. Non la solita sparata fra amici. I due amici che il 18 maggio 2003 si misero a sognare in un negozio di 25 metri quadri nel centro di Torino sapevano che anche un cono, come la bellezza, è sempre opinione. Quindi anche su Grom ognuno ha detto la sua e loro li hanno lasciati fare. Finché la seconda parte del sogno si è avverata. Dodici anni dopo il gigante Unilever ha deciso di inghiottire il marchio. Grom come Magnum, Algida, Carte d’ Or. Un assist con i fiocchi per i detrattori che avevano esultato quando la scorsa estate la Codacons aveva diffidato la gelateria ormai capillarizzata fino a Tokyo e Malibù a usare la dicitura «artigianale». Ma pur sempre il sogno parte seconda per Federico Grom e Guido Martinetti, i fondatori, che promettono di non infrangere la promessa di genuinità anche su scala planetaria. ERANO partiti dai fondamentali, in questo caso la cacca. Convinti che quel tipo di impresa avesse bisogno di letame di qualità. Un buon gelato, che si sappia una volta per tutte, comincia da montagnole fumanti alte un paio di metri e dalle mucche felici che contribuiscono. Poi c’ entra l’ haka, la danza tribale della nazionale neozelandese di rugby, esempio perfetto di unione e appartenenza a un gruppo. E Ulisse, che vede stelle nuove. Guido Martinetti, quello dei due che parla e parla bene, ci mette dentro pure la grinta di Marco Pantani. E ovviamente Don Chisciotte. All’ inizio del sogno Guido aveva 27 anni, una laurea in agraria, un cammino segnato da enologo e il vizio di guardare nel cuore delle persone. Sapeva da sempre che un giorno i soldi gli sarebbero piovuti addosso. E che non gli sarebbe importato. Fu folgorato in un parcheggio torinese all’ alba del Duemila. L’ articolo del guru di Slow Food Carlin Petrini sulle eccellenze italiche segnalava un buco all’ orizzonte: un prodotto pazzesco senza aromi, emulsionanti, coloranti. Il gelato come una volta. Scese dalla Punto scassata, spalancò gli occhi azzurri sull’ amico Federico e sillabò la parola: GE-LA-TO. Federico aveva due anni di più, una laurea in economia e quel nome perfetto di quattro lettere, Grom. Aveva montato e smontato tante idee, nessuna andata oltre il business plan. Il bello era che nessuno dei due voleva fare il gelataio. Presero il largo con un investimento di 32.500 euro a testa, calcolati da Federico in base a quanto aveva sul conto (32.800 euro) e a quanto sarebbe costata una vacanza con la fidanzata (300 potevano bastare). Guido non aveva un centesimo e nemmeno allora gli importava. Cominciarono con 18 chili al giorno e 180 coni piccoli. Spiavano le reazioni della gente dietro l’ angolo. Niente colate gonfie e variopinte, niente sceneggiate. Andarono a scuola di trucchi artigianali da Giampaolo Valli. Mantecarono per gli amici. Tennero presente la lezione di Paul Pontallier, enologo di fama mondiale: è la natura, non l’ uomo, a decidere i giochi. Quindi montagne di letame fragrante, la mucca pulita, la pesca solo d’ estate. GUIDO, visionario e trasversale, lo aveva capito subito: un grande cuoco è come un pianista, se ha sotto le mani una pianola da oratorio il suo è talento sprecato. Impossibile fare miracoli con un branzino da allevamento, con la bustina degli aromi. Lessero Guerra e Pace convinti come Tolstoj che le idee che hanno conseguenze enormi sono idee semplici. Sapevano che per questo non li avrebbero perdonati. Restarono e restano aggrappati a quel detto popolare sul senso della vita: cadere sette volte e rialzarsi otto.
 
 

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