10 Gennaio 2010

Una class action poco efficace per la difesa dei pazienti

Se c’ è un settore in cui ci si aspettava che la recentissima introduzione della «class action» (azione collettiva contro chi ha causato uno stesso danno a più persone) dovesse avere ampia applicazione è quello della sanità. Cosa c’ è di più collettivo di un danno da inquinamento dovuto a polveri sottili in eccesso nell’ aria, o dei disagi, o peggio, riconducibili alle interminabili liste di attesa per un esame o un ricovero? O, per chi ha buona memoria, dei danni derivati ai politrasfusi da un colpevole ritardo nell’ adozione di test per l’ individuazione nel sangue da trasfondere del virus dell’ Hiv? La possibilità di fare cause collettive, in un settore così delicato, farebbe sentire i cittadini un po’ meno Davide davanti a Golia. Eppure, questa novità legislativa servirà a poco. La modifica dell’ articolo 140 bis del Codice del consumo prevede, appunto, che dal primo gennaio sia possibile proporre una causa civile non solo per sostenere le proprie ragioni, ma per difendere un interesse collettivo (anche dando mandato ad un’ associazione), ma avrà scarsa applicazione in materia sanitaria. E questo perché la norma è inserita in un contesto nato per regolare i rapporti tra produttori, e cioè un impresa (e non la pubblica amministrazione) e consumatori. Deve perciò esserci un rapporto di “consumo” tra danneggiato e danneggiante (che non c’ è se, per esempio, un’ impresa inquina una falda acquifera o l’ aria). Certo, chi vede danneggiato il corretto svolgimento delle loro funzioni, o la corretta esecuzione di un servizio». In pratica, che cosa significa? «Significa- continua Ciccarelli- che il giudice amministrativo, perché di giudice amministrativo si tratta, se verifica la fondatezza del ricorso presentato dai titolari di interessi omogenei e, successivamente, accoglie la loro domanda, ordina alla pubblica amministrazione di adottare misure che risolvano il problema». Questo vorrebbe dire, per esempio, poter imporre agli ospedali di ridurre le liste di attesa? «Sì, ma solo in teoria, perché il decreto prevede anche che le misure adottate non debbano costare una lira in più alla pubblica amministrazione. Le attese potrebbero dunque essere ridotte solo nel caso fossero imputabili a scarsa organizzazione e non, magari, a scarsità di mezzi e uomini». E se la pubblica amministrazione, nel nostro caso l’ ospedale o gli ospedali, non migliorano la situazione? «Il ministro Brunetta, che ha fortemente voluto questa normativa, conta molto sul fatto che le condanne vengano rese note sul sito del suo Ministero. Si tratterebbe, per chi viene condannato, di un “danno reputazionale” che dovrebbe fare da deterrente. Speriamo. Come pure speriamo che moto una class action, anzi nel caso del 140 bis grava sui proponenti l’ onere della “pubblicità” dell’ azione, per rendere possibile l’ adesione di altri cittadini interessati e naturalmente c’ è il rischio di essere condannati alle spese se si è parte soccombente». Tra tanti dubbi, intanto, in materia sanitaria qualcosa si muove già. Il Codacons ha infatti lanciato una class action contro l’ azienda produttrice del test “fai da te”, «Ego test flu», per l’ individuazione del virus dell’ influenza A, test ritenuto del tutto inutile. Ma questo si può fare perché si tratterebbe di una truffa a danno dei consumatori e, dall’ altra parte, c’ è un’ azienda e non una pubblica amministrazione.

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