13 Agosto 2009

Un tetto al jackpot? Non conviene

Mettere un tetto al jackpot del Superenalotto non conviene allo Stato

La polemica sulla cifra da capogiro raggiunta dal gioco d’azzardo, con relativi guadagni record per le casse dell’erario, è datata almeno quanto il gioco stesso. Finora, le norme calmiera-montepremi non hanno funzionato. Già in passato il governo le ha introdotte e poi abrogate perché ritenute responsabili del crollo delle giocate. E mentre il Codacons continua a chiedere di fissare un tetto e distribuire la cifra dei concorsi successivi tra i premi minori, si fanno i conti del prossimo jackpot che partirà da oltre 30 milioni di euro, pari al montepremi dei 5+ non azzeccati. Alla fine del 1997 viene introdotto in Italia, in sostituzione dell’Enalotto, il Superenalotto. Nell’ottobre dell’anno successivo ecco la prima vincita miliardaria (c’erano ancora le lire), oltre 63 miliardi vinti a Peschici (provincia di Foggia). Altri due jackpot dalle cifre strabilianti nel 1999 (oltre 88 miliardi) e l’allora ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, fa entrare in vigore, a settembre di quell’anno, un decreto che fissa a 50 miliardi di vecchie lire il montepremi. Raggiunta tale cifra il jackpot cresceva, ma solo del 4 per cento e non più del 20. Il restante 16 per cento veniva ripartito tra le vincite minori. Il gioco subisce un tracollo. E la scelta giudiziosa si rivela fallimentare per l’erario. Quindi, nel 2001, nuova legge per eliminare il tetto del montepremi. L’ipotesi del tetto a 25 milioni di euro si riaffaccia a settembre del 2002, ma resta tale.  E, come sottolineano dal Codacons (l’associazione dei consumatori promotrice di un ricorso al Tar del Lazio per frenare l’ascesa del jackpot, con proposta di fissarlo ad 80 milioni di euro), un probabile «bisogno di soldi», porta il ministero dell’Economia al decreto del 26 aprile 2005. Il provvedimento dispone per il Superenalotto che «in mancanza di vincite di prima categoria (quelli con 6 punti), il montepremi va ad accumularsi con quello della stessa categoria del concorsi successivi». Ecco spiegati i jackpot milionari. Quello della sestina vincente, una possibilità di indovinarla su oltre 600 milioni, è tra tutti i giochi autorizzati il più redditizio per lo Stato che incassa subito il 53,6 per cento della raccolta del Superenalotto. Il restante 46,3 per cento viene ancora diviso: 34,648 per cento al montepremi, 8 al punto vendita, 3,73 a Sisal. Il punto è che la febbre da vincita milionaria, quella che contagia perfino i non giocatori, fa schizzare il numero di schede giocate incrementando esponenzialmente la raccolta ed i relativi introiti. Ecco perché il tetto non può essere tra le priorità del governo. Se nell’estrazione di oggi verranno centrati 6 e 5+, oppure solo la sestina, il montepremi successivo partirà da 31-33 milioni di euro. Conteggio stabilito dal regolamento secondo cui l’accumulo del montepremi si compone di una quota, pari al 50 per cento, dei 5+ non centrati e rimessa in palio quando il jackpot principale viene vinto.

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