28 Aprile 2020

Un pool di pm per il Covid Trenta fascicoli di inchiesta e ora si indaga sui tamponi

Quaranta esposti e trenta fascicoli d’ inchiesta. Sono i numeri che raccontano come la Procura di Torino abbia deciso di intervenire sulla «emergenza coronavirus». «Non per punire, ma per dare risposte ai cittadini», precisa il procuratore vicario Enrica Gabetta, che ieri ha annunciato la nascita di un pool di magistrati che si occuperà di tutti i procedimenti relativi al Covid-19. E sono tante le risposte che si aspettano i cittadini: dalle mascherine introvabili ai contagi dilagati negli ospedali, fino alle morti – troppe – nelle case di riposo. Si indaga, quindi. E lo si fa sulla base delle decine di segnalazioni giunte a Palazzo di Giustizia nelle ultime settimane: denunce che portano la firma dei sindacati di medici e infermieri, degli avvocati del Codacons, ma anche di privati cittadini. In un mese gli esposti si sono moltiplicati in maniera vertiginosa e in tutti si raccontano presunte inefficienze organizzative che, in alcuni casi, sarebbero state sanate quando ormai era troppo tardi. La nascita del pool, composto da quattro magistrati – due di loro sono specializzati nei reati contro la pubblicazione amministrazione e gli altri nella tutela del consumatore e della salute pubblica – ha lo scopo di realizzare un lavoro organico: sul campo le verifiche sono affidate agli uomini del Nas e al nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza. I fascicoli, senza ipotesi di reato e indagati, si intrecciano gli uni con gli altri. E in tutte le denunce c’ è un filo conduttore: riguarda gli schemi operativi adottati per fronteggiare il virus e i protocolli seguiti negli ospedali, nelle Rsa e più in generale nei luoghi di lavoro. Ma sotto la lente dei magistrati finiscono anche le procedure contabili e la gestione degli appalti per gli acquisti di materiale sanitario. Insomma, le task force regionali che hanno governato l’ emergenza in Piemonte sono oggi sorvegliate speciali e rischiano di finire nella bufera. Almeno è questa la sensazione percepita da chi ha gestito l’ emergenza. Tanto che l’ assessore alla Sanità Luigi Icardi ha chiosato: «Se dovrò andare in carcere, ci andrò a testa alta». Al momento sono quattro i macro-filoni investigativi su cui si sta muovendo la magistratura. L’ ultimo, in ordine di tempo, riguarda la gestione dei tamponi per svelare la positività o meno al virus. I magistrati intendono svolgere alcuni accertamenti di carattere conoscitivo. Il primo passo sarà quello di acquisire le linee guida seguite per stabilire come procedere e a chi dare o meno priorità. Stando alle denunce di chi ha sollevato il problema, i tamponi sarebbero stati troppo pochi e mal distribuiti. Basti pensare che in una prima fase sono stati sottoposti ad esame solo i sintomatici. In particolare, i sindacati degli infermieri hanno denunciato che non sarebbero stati utilizzati per il personale sanitario. Il tema si aggancia alle indagini sulle stragi nelle Rsa. Il primo fascicolo aperto su questo secondo filone è quello sulla casa di riposo San Giuseppe di Grugliasco, dove si sono registrate 30 morti sospette. Ma già da settimane i Nas stanno eseguendo controlli a tappetto in tutte le altre strutture. Nelle case di riposo torinesi i morti sono stati 400, tra marzo e aprile. Il terzo filone riguarda l’ organizzazione dei servizi territoriali: i medici di base avrebbero dovuto rappresentare un primo filtro per i possibili contagiati, ma qualcosa sarebbe andato storto. La polemica è esplosa quando si è scoperto che centinaia di mail inviate dai medici per segnalare casi sospetti di coronavirus sarebbero andate perse, con pazienti mai ricontattati dal Sisp (Servizio di igiene e sanità pubblica dell’ Asl di Torino). Il quarto filone riguarda infine i dispositivi di sicurezza in dotazione a medici, infermieri e operatori sanitari. A far partire gli accertamenti, un esposto di Anaao Assomed: si segnalavano «gravi carenza» di mascherine, camici monouso e visiere in tutti gli ospedali.
simona lorenzetti

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