24 Febbraio 2014

Un Festival da rottamare

Un Festival da rottamare

Ein particolare la stagione di Sanremo non c’ è più. Anche se Arisa ha vinto con la canzone dal titolo Controvento, va detto che il festival non è mai riuscito a cambiare rotta, è un 64enne (tante le sue edizioni) che invece di sgambettare come fanno i 64enni di oggi, si appesantisce anno dopo anno, dondolandosi in una mollezza che è anche il ventre molle del Paese, pronto a digerire tutto passivamente. Per chi avesse assistito fino all’ ultimo minuto alla nottata della finalissima di sabato (fino all’ una e oltre, piacere che noi in redazione condividiamo non sempre allegramente) c’ è una domanda: avete visto la reazione «molle» di Arisa quando è stata proclamata vincitrice? Ha detto soltanto: «Tutto ok», non ha gridato, non si è emozionata, ma ha sospirato, come se le stessero somministrando una medicina o una predica sulla Bellezza in stile Fabio Fazio. Anche lei è l’ Italia stanca, anche lei è il Belpaese abituato a tutto, in cui l’ indifferenza è la regola di vita. Figuriamoci se uno può emozionarsi per Sanremo, con le lungaggini delle due canzoni a testa per ogni artista della adesso spazio al televoto!»; con gli amarcord delle vecchie glorie televisive; con gli ingressi sulle scalinate tra tacchi vertiginosi e abiti lunghi (poco attraenti anche quelli in questa edizione). E poi i presentatori. Diciamolo chiaramente ed educatamente: basta. La coppia Fazio-Littizzetto che l’ altra sera è stata «sposata» in diretta da don Matteo (Renzi?) ha scelto la strada più deludente. Non era facile, questo è vero, perché cambiare una formula tradizionale può avere i suoi rischi, ma insistere e perseverare è diabolico. I due non sono mai usciti dai loro ruoli: lui «predicatore» incallito e infallibile, lei generosa dispensatrice di doppi sensi, diventati in questa edizione vere e proprie parolacce. Non ci scandalizziamo, per carità, ma ci chiediamo solo se esista ancora un’ ironia intelligente o sia obbligatorio essere sempre volgari. Del resto, il finto duetto «buonismo-vaffaismo» lo vediamo ogni giorno in politica e quindi possiamo anche – ogni tanto – aver voglia di cambiare. Tra l’ altro, attenzione al buonismo presunto, ora che il «cattivissimo» Giampaolo Pansa ha definito Fazio un «abatino col pugnale ben nascosto» e ha rivangato varie pecche del «bravo presentatore», ben attento ai poteri. E ora passiamo alla musica: il processo, se proprio va fatto, si deve fare bene. Canzoni così così, hanno detto i critici e noi aggiungiamo che forse la grinta dei giovani mancava ai «big» (sempre tempo di rottamazione è!) e che la musica migliore non vince mai. Ad esempio non è salita mai in cima ai voti la bella canzone di Antonella Ruggero, mentre il duetto orecchiabile di Gualazzi con l’ orrendo incappucciato The Bloody Beetroots si è meritato un secondo posto, come pure è andato meritatamente in finalissima il bravo Renzo Rubino, che però danza sul pianoforte come una gazzella. In cere – a smorzare le polemiche e a dire che il festival è un grande gioco. Vai a raccontare all’ Italia in crisi che il «gioco» trita milioni di euro: il Codacons chiede i danni per i risultati «desolanti» dell’ audience, per la perdita di oltre 10 punti di share. «È giunta finalmente l’ ora di legare i compensi dei conduttori Rai ai risultati raggiunti in termini di ascolti», dicono i guerrafondai numi tutelari dell’ interesse delle famiglie. Ma come? Chiedono meritocrazia? In Italia? Ah, ah.

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