11 Febbraio 2013

«Un eccesso di fiducia che paghiamo caro»

«Un eccesso di fiducia che paghiamo caro»

di Alessandra Mura Facile sentenziare a scodelle lavate: «Ma come si fa a essere così ingenui?», «Come è possibile arrivare fino a questo punto?» Provate a chiederlo a quelle persone che ieri mattina – dopo l’ ultima di varie notti insonni – si sono trovate alla rotonda della fontana a Jolanda di Savoia trascinando come un trolley invisibile il loro trauma comune. Tutti traditi da quello che spesso non era solo un consulente finanziario, ma un parente, un amico, qualcuno da chiamare a pranzo, da invitare ai matrimoni di famiglia, un nome che nel corso di vent’ anni a Jolanda e dintorni era diventato sinonimo di fiducia e affidabilità. Raffaele Mazzoni, 51 anni, l’ ex promotore finanziario di Mediolanum sparito da una decina di giorni lasciando circa 1.500 clienti senza i risparmi di una vita, fino alla fine ha illuso tutti di essere al sicuro, e finora non aveva mai dato motivo di sospettare il contrario. L’ incontro di ieri, alla presenza dell’ avvocato del Codacons Bruno Barbieri che li sostiene nell’ annunciata causa collettiva, più che un’ assemblea è sembrata quasi una terapia di gruppo, un passo gli uni verso gli altri per non sentirsi soli. Anche perché essere uniti, ora che comincerà la trafila per cercare di riavere i soldi perduti, sarà una necessità anche pratica: solo incrociando i dati sugli investimenti e mettendo a confronto le testimonianze, infatti, si può sperare di ricostruire la “filiera” degli assegni, quelli consegnati a Mazzoni ma mai arrivati a Mediolanum, e soprattutto quelli che Mazzoni girava ai suoi clienti e che probabilmente provenivano da un altro risparmiatore. «Ho le matrici degli assegni, ma a Mediolanum mi hanno detto di non averli mai visti, come posso fare?», si dispera una signora che ora dovrà togliere la mamma dalla casa di riposo «perché non ho neppure i soldi per pagare le bollette». Nel “pasticcio Mazzoni” ci ha rimesso tutto il ricavo della vendita della terra appartenuta ai suoi genitori, i suoi risparmi e anche quelli della figlia. «Parlare adesso è presto, dobbiamo cercare di stare calmi, con una banca così importante alle spalle sono convinto che le cose si sistemino», prova a tranquillizzare Cristiano Cappellari di Coccanile. Ma non manca un appunto allo stesso istituto di credito: «Come è possibile che si dia carta bianca a questi family bankers? Non c’ era modo di fare controlli e verifiche prima che finissero ingannati anziani, pensionati e lavoratori?» Perché loro, i clienti, ci tengono a puntualizzare di non aver cercato guadagni facili, di non aver peccato di ingordigia: «Non abbiamo investito i nostri soldi in fondi a rischio, per noi era come metterli sotto il materasso». Difficile non fidarsi quando «uno di quelli che ci ha rimesso di più è il papà di Mazzoni, vedovo e invalido». Al punto che qualcuno tra i risparmiatori beffati fa autocritica: «Ciascun cliente aveva due codici segreti, uno per controllare la situazione via Internet, l’ altro era conosciuto anche dal promotore per poter svolgere le operazioni. Ma a parte il conto corrente, la maggior parte di noi non faceva troppe verifiche. Un errore dovuto a un eccesso di fiducia che stiamo pagando carissimo». Che il “crac” di Mazzoni sia dovuto a investimenti sbagliati o a una strategia predatoria non è ancora dato sapere. Di certo è stato bravissimo a conquistare la sua clientela, pescando tra amici e familiari per poi estenderla con il passaparola: «Per me era uno di famiglia – spiega desolata Irene Barboni – il 21 gennaio era a pranzo a casa mia, è stato al matrimonio di mio fratello, lo ha abbracciato. Non è solo un danno economico, ma anche affettivo». «Nessuno andava in banca a verificare, era lui che gestiva tutto. E’ stato bravo a mantenere i rapporti con noi limitandoli al suo studio privato», aggiunge la moglie di un altro truffato. «Ho 73 anni e me ne sono stati rubati 50 di lavoro e sacrifici» interviene Alberto Chiozzi. E aggiunge: «Raffaele era mio cugino, seguiva la mia situazione finanziaria da anni, gli ho perfino dato soldi contanti e fino all’ ultimo non potevo immaginare come sarebbe andata a finire». A far suonare il campanello di allarme è stata una telefonata da parte della banca, a fine gennaio: «Mi è stato chiesto se avevo incassato 10mila euro, ma a me non risultava. Allora ho chiamato Raffaele per avere spiegazioni, ma mi hanno detto che era malato. E’ stato solo in quel momento che ho capito che qualcosa non andava per il verso giusto. E poco dopo ho saputo che era scappato. Grazie a lui ho perso tutto quello che avevo».

 

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