Tutti pazzi per il Wrestling
-
fonte:
- Panorama
Due milioni di telespettatori, 25 milioni di figurine vendute, 350 mila richieste per gli show del 23 aprile a Bologna e del 24 ad Assago. E una denuncia dalle mamme.
Un segno dei tempi: Giorgio non ha ancora 10 anni e l`ha fatta grossa, ha staccato dalla parete il poster di Adriano e lo ha sostituito con quello di Undertaker, il Becchino di Houston che si bistra gli occhi di nero e rovescia le pupille come un guittaccio dell`orrore.
Nicolò ne ha 11 di anni, ed è impeccabile nel suo abito da cresima.
A tavola con gli amici, in un ristorante vicino Modena, non commentano le imprese di Alessandro Del Piero o di Gesù.
Si scambiano sottobanco misteriose figurine e si accalorano tutto il tempo discutendo se sia più tosto Rey Misterio o Eddie Guerrero. Testimone allibito il padre di Nicolò, Michele Acquarone, uomo marketing della Rcs Mediagroup.
Pochi mesi dopo la Gazzetta, il quotidiano dello sport politicamente corretto, fa boom allegando al giornale sei dvd con i match più spettacolari di quella che i puristi considerano un`americanata per gonzi decerebrati.
Bruciate in un`ora le 140 mila copie del primo, ne stampano di corsa altre 60 mila. Il dvd di Andriy Shevchenko non aveva superato le 70 mila.
Stupore? Mica tanto, basta affacciarsi in via Solferino per vedere scene d`isteria collettiva, ragazzine e adolescenti in fila da ore per carpire l`autografo da John Cena, il rapper di Boston con movenze da scimmione, in braghe jeans alla zuava, berretto rovesciato, canottiera e scarpe da basket, che fa le smorfie e firma dediche neanche fosse Bono o Michael Jordan.
Popolare negli States quanto una star dell`Nba, è l`ultimo superman scodellato dall`industria del wrestling, sublime baracconata che gli americani hanno inventato a inizio secolo e poi confezionato negli anni Ottanta come bocconcino per i palati maniaci delle pay per view, prima d`infettare mezzo mondo. Quello che Roland Barthes chiamava alla francese «catch», da uno stile della lotta greco-romana, e inseriva già alla fine degli anni Cinquanta tra i miti del Ventesimo secolo insieme al Tour de France e alla Citroën Ds di Le Corbusier.
Ma per capire che ce l`hai fatta davvero il metodo in Italia è infallibile: la denuncia del Codacons, l`associazione consumatori. Se a occuparsi di te è Carlo Rienzi che ti dedica via Ansa l`inevitabile comunicato di biasimo, puoi congratularti: hai sfondato il muro del suono. Sono le mamme che lanciano l`allarme sociale. Si cita il caso di un bambino di 7 anni che va a scuola, afferra per il collo la compagnuccia, quasi la strangola, la sbatte prima al muro e poi a terra, calpestandola come una bambola di pezza.
Insomma, atti di ordinario e ormonale teppismo infantile. Lo avrebbe fatto anche dopo aver visto Topo Gigio. Ma l`esuberante pargolo non si perde una puntata del wrestling su Italia 1.
Una manna per quelli del Codacons che vanno giù duro e chiedono il sequestro di tutte le trasmissioni diffuse da Mediaset e Sky, in quanto «violente e diseducative, fonte di emulazione da parte dei minori». Anatemi che non turbano più di tanto.
Alla Media Partners, l`agenzia che detiene l`esclusiva per l`Italia dei diritti televisivi, stappano bottiglie e si danno il cinque. «Abbiamo venduto tutti i programmi disponibili dalla Wwe per il mercato europeo» informa Silvia Sordelli, vicepresidente dell`azienda. «Il wrestling pericoloso? Stiamo parlando di una soap innocua.
Da noi la tendenza è di orientarlo verso un pubblico molto giovanile. Controlliamo personalmente i video in onda sulle reti Mediaset e cerchiamo sempre di tagliare le scene più cruente».
In Italia, il wrestling fa strage di cuori tra i minori. Una mania che sta diventando epidemia. Appiccicati a ventosa su tutto ciò che passa in video, si danno appuntamenti carbonari a porte chiuse.
La svolta epocale.
Venticinque milioni di figurine vendute dimostrano che i bicipiti tatuati di Batista The Animal e di Kurt Angle tirano oggi più delle facce stereotipate dei calciatori in mutande, rischiando di soppiantare il cinquantennale collezionismo Panini, liturgia morbosa di almeno tre generazioni di italiani.
Sono gli ascolti che fanno impressione.
«Dopo anni di buio siamo ripartiti nell`agosto del 2003 con un ascolto medio di 618 mila, a fine anno eravamo già sul milione e mezzo, l`ultimo dato di questi giorni parla di più di 2 milioni di telespettatori», dice euforico Christian Recalcati, che fino a pochi anni fa faceva il contabile nella ditta di cromatura del padre in Brianza e ora fa il verso alla Gialappa`s, raccontando wrestling su Italia 1 il sabato sera in coppia con Ciccio Valenti, ex dj e già voce di Candid camera. Un target, il loro, tra i 6 e i 14 anni. Anche sulle reti Sky, rivolte a un pubblico più specialistico, il wrestling esce dalla clandestinità e dal culto di nicchia, e ha raggiunto uno share secondo solo al calcio.
«Wrestlemania», il massimo evento dell`anno, quattro ore in diretta da Hollywood, venduto in pay per view per 10 euro, ha spopolato e rappresenta un business complessivo da 500 mila euro.
Da Firenze, Fabrizio Miccoli, bomber tascabile ancora a metà di Luciano Moggi, fa sapere candido: «Juventus-Liverpool? Non l`ho vista, ho preferito Wrestlingmania su Sky». Chiudono intanto per ingorgo i siti e le chat sul tema.
E le aziende che producono merchandising, videogame, giochi, fiutano l`affare dopo l`iniziale diffidenza e investono dove possono nel settore ingolositi da probabili fatturati da capogiro.
Al business delle trading card e delle action figures (i pupazzi), dei poster e delle T-shirt si aggiunge quello dei videogiochi.
Esaurite le scorte di Smackdown, il più venduto in Italia. Per i due show programmati il 23 aprile a Bologna e il giorno dopo al Forum di Assago a Milano, tutto esaurito da mesi: 350 mila richieste a fronte dei 24 mila biglietti volatilizzati in meno di 13 minuti, record che ha stracciato il precedente del concerto degli U2.
Cori da stadio, cartelli, slogan adoranti anche per Luca Franchini e Michele Posa, i due conduttori della Sky, i totem del wrestling in Italia.
Due debordanti extralarge inT-shirt nera e occhiali scuri. A Firenze, nell`ultima uscita pubblica, sono rimasti sequestrati due ore in camerino assediati dai fan. Organizzano cene a cui partecipano centinaia di persone: 20 mila utenti iscritti frequentano il loro sito internet (www.mondowrestling.com).
Hanno inventato una comunicazione iperbolica, da fumetto iperrealistico, molto timbrata, ipnotica, che sposa il greve e il techno. Due fuori di testa che, nella cartoonia del wrestling, ci stanno come topi nel formaggio.
E Luca, fino a un anno fa, provole e mozzarelle le vendeva davvero, battendo a tappeto il Varesotto con il suo maleodorante furgone. Il trash della coppia è lui, 40 anni, sosia di Serse Cosmi, pizzetto luciferino e testa quadra incastrata in un berretto da baseball. Fa il pagliaccio, schiamazza, s`immedesima.
Il modello è Tazz, l`omologo yankee, ex lottatore, guascone, un altro fuori le righe. Il commento gli sale dalle budella e diventa repertorio. Piace la sua telecronaca in versione alcolica. Di rara violenza il suo messaggio antiviolenza: «Ragazzi, non imitate a casa queste mosse che vedete. È da completi idioti!». Luca conosce via internet Michele. Gli opposti si attraggono.
Michele, 28 anni, è la generazione cibernetica, voce metallica, scandita, maniacalità che non tradisce emozione. Somiglia al Piotta ma è colto.
Lega il wrestling alle fatiche mitologiche di
Ercole, ama la Beat generation ma anche i fumetti giapponesi, legge Charles Bukowski, John Fante e sgancia metafore a ripetizione, pescando dalla cultura pop italiana, «Sono pugni duri come la pelle di un cosacco» o «Batista non le ha di legno come Pinocchio», quando Triple H cerca di strappargli le palle con una mossa da bastardo. Da corrispondente per la Gazzetta di Lecco, oggi è l`icona cool dei malati di wrestling.
I due, come i loro eroi del wrestling, come Valentino Rossi che dice d`ispirarsi a Dylan Dog o i Ratzinger Boys in internet, che trasformano il loro preferito in un eroe alla Mazinga, Ratzinga, il papa bionico, sono tutte maschere sospese sulla linea di confine tra il reale e il virtuale, tra la commedia dell`arte e i cartoon giapponesi, le frontiere del vecchio West americano manicheo e i videogame di oggi.
«Ma è falso dire che è tutto finto nel wrestling» distingue Michele Posa. «Tra finto e predeterminato c`è differenza. Le tecniche che usano sono letali, per questo i colpi sono solo portati, controllati. C`è un codice deontologico, l`avversario devi batterlo, non devastarlo». Insomma, un`arte onesta della simulazione. C`è il copione a monte ma anche l`improvvisazione. Se il pubblico è moscio, devi inventarti qualcosa.
L`arbitro è fondamentale: tocca a lui sorvegliare che la combine sia perfetta, la finzione da manuale. Se serve, si fa schienare e si fa scaraventare anche lui fuori dal ring. Le gente impazzisce e se ne frega se è vero o falso.
Lo spettacolo è unico al mondo. Loro sono sinceri nella finzione, come i grandi attori, in fondo era così per Laurence Olivier e per Carmelo Bene.
Combinano la mimica esagerata dei divi del muto con il kitsch a colori del visivo contemporaneo. Faide, complotti, inganni, sceneggiate alla Merola, tutto studiato a tavolino da quella volpe di Vince McMahon, il Bernie Ecclestone del Wwe (World wrestling entertainment), la società di marketing che ha nella sua scuderia i campioni più famosi. Fu lui a inventarsi Hulk Hogan la leggenda e poi a mettergli contro Undertaker. Le sue trovate sono spesso geniali.
Come quando il padre di Randy Orton, un novizio del circuito, un manzo enorme, depilato, da icona gay, si presenta sul ring e s`inginocchia ai piedi di Undertaker, supplicandolo che non gli massacri il figlio. «Ti chiedo dal profondo di mettere a dormire la bestia della tua ira».
I contratti sono ad personam, non esiste borsa per il singolo match. I mostri sacri, sei o sette, guadagnano più di 1 milione di dollari, gli altri stanno tra 300 e 800 mila, ai quali vanno aggiunti gli extra, bonus, merchandising, diritti vari. Alcuni di loro, come The Rock e lo stesso Hulk Hogan in passato, diventano star del cinema.
Non mancano gli incidenti di percorso. Il mitico Dinamite Kid vive su una sedia a rotelle, paralizzato dalla cintola in giù. Per quanto allenatissimi a tonfare da ogni posizione, si sprecano le lesioni al collo e alle articolazioni.
Nell`ultimo match di Wrestlemania, fiondato contro il palo d`acciaio del ring da Batista The Animal, Triple H riemerge che è una maschera di sangue. Sangue vero, verissimo ma che, nel quadro della sceneggiata, è percepito come finzione e in quanto finzione non spaventa, casomai eccita, contagia.
Sono eroi virtuali del postumanesimo, ma sotto quelle stereofoniche masse muscolari il marcio è forte, quantomeno sospetto.
Dan Peterson, uno che si è divertito da pazzi a raccontarli, non ha peli sulla lingua. «Si tratta di un fenomeno culturale americano, tutto coreografato nei dettagli.
Gli atleti sono attori e stuntmen allo stesso tempo, la gente si identifica con i loro personaggi, i buoni e i cattivi, i deboli e i forti. Ma non è una favola innocua. Pagano un prezzo queste persone. È gente che fa anche 300 incontri l`anno. È chiaro che si bombano. Sono costretti a prendere antidolorifici, anabolizzanti, per non sentire la fatica.
Ci hanno lasciato la pelle a decine negli ultimi anni. Tutte morti misteriose».
Crash Holly, Brian Pillman, British Bulldog, Bobby Duncum jr, Eddie Gilbert, tanti altri, una sequenza impressionante, tutti infartuati giovanissimi.
Sono i più famosi. Tanti altri sono sconosciuti improvvisatori del sottobosco, dilettanti del wrestling che salgono sul ring senza nessun addestramento. Suicidi potenziali.
I GUADAGNI
I sei o sette mostri sacri arrivano a guadagnare più di 1 milione di dollari a incontro. Ma la media è tra 300 e 800 mila dollari cui bisogna aggiungere extra, bonus, e le entrate del merchandising.
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- OSSERVATORIO TV
-
Tags: adolescenti, assago, boxe, programmi violenti, tv dei ragazzi, wrestling
