26 Giugno 2009

“Troppi incidenti”, si apre la guerra al kitesurfing. E tra i fan è rivolta

Una tavola da surf sull’acqua e una vela in cielo manovrata con una barra di controllo collegata a due, quattro, o più cavi lunghi una trentina di metri. E’ il kitesurf, o kiteboard, oppure flysurf come lo chiamano i francesi, ed è lo sport acquatico con più appeal del momento: gli appassionati si moltiplicano di ora in ora sulle spiagge del pianeta. Si contano già a milioni nel mondo, sono 6 mila in Italia. L’idea di volare, davvero, sulle onde nasce alla fine degli Anni Ottanta dalla fantasia di due fratelli bretoni. Prende campo negli Usa, soprattutto alle Hawaii, paradiso del surf tout court, e dilaga. Grazie anche al suo profilo low cost: per il kit completo, muta compresa, bastano 2500 euro, cifra che dimezza se si ricorre all’usato. Abbordabile anche il costo del corso d’iniziazione, che va dai 250 ai 300 euro.
Tutto bene, dunque? Mica tanto. Come tutti gli sport che possono essere «estremi», anche questa attività è nell’occhio del ciclone. Soprattutto dopo gli incidenti dei giorni scorsi sul litorale laziale: un trentatreenne è morto a Cerveteri (è andato a sbattere contro la ringhiera di recinzione di una villetta), un altro «kiter» è rimasto ferito ad Ardea, dopo essere precipitato su una palizzata. A scendere in campo è in particolare il Codacons, che chiede il divieto assoluto di praticare il kitesurf su tutto il territorio nazionale in caso di vento forte o con possibilità di raffiche improvvise. «È evidente come servano regole precise a tutela di chi pratica questo sport per evitare futuri incidenti », dice il presidente Carlo Rienzi. «Le autorità marittime, di concerto con le forze dell’ordine, devono effettuare controlli sui litorali, sanzionando coloro che praticano tale attività, quando non vi siano adeguate condizioni di sicurezza, mettendo a repentaglio la propria incolumità e quella di altri».
Negli «spot» (così i «kiter» chiamano i luoghi dove si «vola») della Penisola, da Talamone in Toscana a Porto Pollo in Sardegna, da Ostia e Fregene nel Lazio a Cattolica e Riccione in Romagna, l’uscita del Codacons non piace. È quasi rivolta, sui blog e forum. Andrea: «Se vogliamo multare il kiter, invece di mettergli a disposizione spiaggie attrezzate, puniamo allora anche chi usa gli ascensori col brutto tempo, visto che proprio negli stessi giorni dell’incidente mortale di Cerveteri una persona è morta annegata all’interno di un ascensore, causa maltempo. State sollevando un polverone inutile: per me la soluzione non è nella coercizione, ma nell’informazione. Sarebbe bene, ad esempio, organizzare un servizio che avvisi del pericolo trombe d’aria, come quello anti-valanghe in montagna. Non è che a noi kiter piace farci male…». Onofrio: «Questa proposta del Codacons non ha nulla a che vedere col kitesurf né con gli sport velici. Rasenta il classico tentativo di dar pubblicità all’associazione, un deprimente sciacallaggio informativo».
Di «spot elettorale» parla anche Paolo Silvestri, ex campione italiano di windsurf, terzo ai mondiali nella stessa disciplina, fondatore e presidente della Federazione kitesurf italiana, un’associazione per ora non ancora riconosciuta dal Coni e «ospitata » da quella della motonautica. A differenza dei «kiter» più arrabbiati, però, Silvestri parla della necessità di regole (vedi intervista a fianco). «Che esistono e che dovrebbero essere rispettate per la sicurezza di tutti». Lo conferma il comando generale delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera. «Non esiste una legge nazionale dedicata alla disciplina del kitesurf, ma vi sono nostre direttive generali che sono state recepite con ordinanze dai comandanti delle Capitanerie », spiega un portavoce. Quella di Livorno, ad esempio, oltre a fare divieto dell’uso del kitesurf ai minori di 14 anni, obbliga all’uso di dotazioni di sicurezza specifiche (come il caschetto e un mezzo di salvataggio individuale), impone un «corridoio di lancio» per l’atterraggio e la partenza delle «tavole con acquilone», fasi quest’ultime che devono avvenire con la tecnica del «body drag», ovvero il kiter si fa trascinare dall’aquilone con il corpo in acqua fino ad una distanza di 100 metri dalla battigia. Alcuni Comuni, poi, stanno anche cominciando ad attrezzarsi, destinando archi di costa ad hoc per il kite surf: Orbetello, Grosseto, Reggio Calabria.

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