5 Febbraio 2014

Tra successi e flop

Tra successi e flop

In principio era il giardino di Alcinoo. Alle origini di quel circolo di letteratura e forme reali di giardinaggio che si intrecciano reciprocamente influenzandosi, sta nella cultura greca l’ isola del re dei Feaci, nel VII libro dell’ Odissea, quando Ulisse naufrago viene salvato da Nausicaa, che innamoratasi di lui lo conduce alla reggia di suo padre. Si tratta di una geografia mitica, che sposta le sue tappe nel tempo verso il Mediterraneo, coll’ espandersi della colonizzazione greca in Occidente. Più tardi identificata in Corfù (Corcira), quell’ isola all’ inizio era ritenuta essere Curzola (Corcira Nigra), nel medio Adriatico. Nel giardino di Omero, recintato da una siepe verdeggiante e favorito dal clima mite di un’ eterna primavera, fioriscono rigogliosi peri e melograni, meli dai pomi lucenti, ulivi e dolcissimi fichi. Ma su ognuno d’ essi -eco dei miti dell’ età dell’ oro – il fiore cresce sul frutto contemporaneamente, sulla stessa vite, tra grappoli fioriti che profumano, altri che verdeggiano acerbi, altri s’ indorano, altri ancora rossi e gonfi di succo già si vendemmiano e pigiano. Una fonte irriga il terreno facendo crescere ogni tipo di fiori e ortaggi. Cosa fa dunque di questo, che potrebbe essere indifferentemente un campo, un frutteto, una qualunque superficie coltivata, cosa fa di questo un giardino? «[…] aiuole in bellezza ordinate / d’ ogni tipo verdeggiano, tutto l’ anno ridenti». (Odissea, VII, 127-128). È la bellezza, la disposizione armonica, l’ aspetto ridente a de finire la natura del giardino, la sua essenza estetica contemplativa e il suo fine di piacere. Ma non c’ è opposizione tra questo e il territorio, come vediamo dalle piante che ancor oggi costituiscono la flora del bacino mediterraneo, anzi: il giardino è la forma del paesaggio idealizzato, il suo emblema, e d’ altra parte l’ intero paesaggio appare (o dovrebbe tornare ad essere) come un esteso giardino, dilatando sul territorio la sua bellezza concentrata. Boccaccio è il primo a riprendere il modello omerico, entro le mura medievali dell’ hortus conclusus, nel Decameron e altrove, pur con molte variazioni e aggiunte, quali siepi di rosai bianchi e vermigli e di gelsomini, prati di erba fitta cosparsi di mille fiori diversi su fondali di aranci e cedri (il pensiero va alla successiva Primavera di Botticelli), reminiscenze bibliche. Rilanciandolo nella cultura rinascimentale, Pietro Bembo (l’ amico di Ariosto e di Lucrezia Borgia) all’ inizio del Cinquecento imiterà Boccaccio negli Asolani – un dialogo sull’ amore platonico – descrivendo un giardino realmente esistente nelle campagne del trevigiano, attorno al castello di Caterina Corner. Ma è Torquato Tasso, nella seconda metà del secolo, a segnare il culmine del ritorno a Omero con la Gerusalemme liberata, riproponendone una sequenza di immagini nell’ ambiguo paradiso erotico della maga Armida. La lunga ripresa vi si colora però di malinconia, del tramonto di un’ epoca e dei suoi valori, mentre il giardino dall’ apparenza spontanea e frutto invece di artificio si allarga a comprendere campi e valli, boschetti e laghi, colline e vaste distese di prati. Nel Settecento, si volle vedere in questi versi un prototipo del giardino inglese; si trattava al contrario di un modello storico rinascimentale: delle grandi dimore, dei castelli che nel ducato di Ferrara (le cosiddette «delizie estensi») come nella valle della Loira, come in molte zone d’ Europa allargavano i propri parchi in estese riserve di caccia dalla natura selvaggia ma in qualche modo addomesticata, come ancor oggi si può vedere nella riserva naturale dei boschi della Mesola, sul delta del Po, folti di lecci, ginepri, pioppi, che ne sono un residuo. E l’ eco di queste descrizioni risuona in numerosi diari di viaggiatori, su entrambe le sponde dell’ Adriatico, declinati in forme diverse, tra realistiche e pseudoletterarie. Ma come si presenta in effetti la costa d’ Oltremare? Pellegrini, predicatori, navigatori concordano dal Trecento al Cinquecento nella descrizione di analoghi luoghi di delizia, di ville per la villeggiatura circondate da ridenti verzieri (è il modello della civiltà veneta che si espande in Dalmazia), o di paesaggi -giardino, come quello dell’ isola di Mljet. Una rara descrizione la troviamo in un’ ecloga dell’ umanista dalmata Petar Hektorovic (Pietro Hettoreo). L’ autore vi descrive il parco (a tutt’ oggi visitabile) del suo palazzo di Hvar, abbellito da peschiere, alberi da frutto, cipressi e sambuchi, bossi e tamerici, fichi d’ india, gelsomini, oleandri, lunghi pergolati con tavole di pietra scolpite sotto le vigne. Ma più generalmente, man mano che ci si sposta verso sud, specie avanzando nei secoli, durante la dominazione turca, lo stile ricorda quello del giardino arabo, ricco di canali giochi d’ acqua, aranceti. Come un grande lago, l’ Adriatico lascia che si specchino sulle sue opposte sponde le stesse piante, architetture, gli stessi giardini, forse gli stessi sogni. Mai come nel rapporto tra realtà e immaginario, natura e letteratura, che si crea intorno ai modelli di bellezza del paesaggio, si avverte più intensamente questa fusione. Non ha visto la guerra ma ne ha vissute tante altre, sulle sua pelle. Ha raccontato partite epiche, ha visto tanti papi, si è spesso trovata al posto giusto nel momento giusto. Oggi è una sessantenne forse un po’ acciaccata e appesantita ma che innegabilmente rappresenta una memoria vera, forse tra le poche, del nostro Paese. Ovviamente si parla della Rai che quest’ anno spegne sessanta candeline; e aspettarsi appunto un cambiamento radicale da una sessantenne, se pur giovanile, è quantomeno difficile. La tv, per come l’ abbiamo concepita, voluta, sognata in Italia compie appunto sei decenni e il tempo dei bilanci è dietro l’ angolo. Era infatti il 4 gennaio del 1954 quando si accesero le telecamere e tutto iniziò. Ripercorrendo in maniera random il percorso del servizio pubblico non si può non fare i conti con ciò che ha funzionato e ciò che lo ha fatto, molto molto, meno. L’ espressione «fare i conti» appare quella più consona visto che spesso la Rai è finita nell’ occhio del ciclone per programmi che di certo non hanno reso onore alla sua vocazione pubblica. Uno degli attacchi più importanti è stato quello sferrato dal Codacons che qualche mese fa ha presentato un esposto alla Corte dei Conti contro la Rai per danno erariale quantificabile in euro 62 milioni. Secondo l’ associazione, il sistema Rai ha prestato il fianco a meccanismi che portavano a gonfiare le spese da parte di produzioni generose, con le proprie tasche. «Il costo per l’ erario delle somme distratte con questo metodo si può calcolare al 70% dell’ introito»; in soldoni questa dichiarazione si traduce così: per ogni milione di spesa, 700 mila euro venivano spartiti. Si parla di alcuni circoscritti episodi, c’ è da augurarsi. In ogni caso si tratta di un’ accusa importante che il Codacons ha motivato presentando alla Corte anche mail incriminate in cui le spar(t)izioni erano palesi. Chiaramente aldilà dei singoli episodi le vere «macchie» del servizio pubblico restano progetti programmi faraonici che si sono rivelati degli affrettati flop. Tra i più recenti c’ è.

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