8 Febbraio 2005

Termoli, bambino in ospedale per le bacchettate

Termoli, bambino in ospedale per le bacchettate. La maestra è stata denunciata

ROMA – Una maestra di Termoli ha usato la bacchetta per punire un alunno di prima elementare. Lo ha colpito e ferito ad un braccio, tanto che il piccolo è stato medicato dai medici dell?ospedale. Un sistema repressivo, quello della maestra, decisamente rifiutato da qualunque teoria pedagogica e costato una denuncia alla Procura della Repubblica per lesioni. L?insegnante dovrà presentarsi davanti al magistrato e dare conto del suo comportamento. Ma nulla servirà a discolparla.
Era adirata? La classe era in subbuglio? Il bambino picchiato si era reso ?colpevole? di qualche cosa? Qualunque ragione abbia spinto a riportare l?ordine con metodi violenti non sarà sufficiente a giustificare l?azione punitiva nei confronti dell?alunno. Perché, teorie pedagogiche a parte, l?ordinamento scolastico ricusa ogni forma di castigo fisico e ogni forma di violenza psicologica. Sicché l?insegnante dovrà dare conto del suo comportamento anche agli organi interni della scuola e su segnalazione del direttore didattico sarà sottoposta ad un procedimento disciplinare per «comportamento poco ortodosso». Dopo l?episodio, altre mamme della classe hanno denunciato altri interventi autoritari.
Termoli è un caso isolato? O in Italia c?è un ritorno alle punizioni corporali, come in Inghilterra, dove una scuola di Liverpool ha chiesto all?Alta Corte di rimuovere le disposizioni che impediscono l?uso della forza come sistema educativo? Le associazioni dei consumatori hanno solitamente il polso delle vertenze tra famiglie e istituzioni. Il Codacons in particolare si è occupato della difesa dei diritti nella scuola: «Non parlerei davvero di fenomeno esplosivo – sostiene Carlo Rienzi, presidente dell?associazione – ma c?è una casistica che comunque rivela forme di maltrattamenti da parte degli educatori o il ricorso a provvedimenti disciplinari molto discutibili». Insomma le braccia alzate, il righello sulle mani, lo stare in piedi dietro la lavagna o finire in corridoio, sono pratiche non del tutto scomparse.
Possibile che nel Terzo Millennio un alunno venga preso a bacchettate? Piaget si rivolterà nella tomba, o no? «Sistemi di correzione come quello della maestra di Termoli – spiega il pedagogista Benedetto Vertecchi – sono inammissibili. Dopo la seconda guerra mondiale gradualmente la sensibilità è cambiata e quei sistemi che erano in uso in epoca fascista sono stati abbandonati. Oggi, anche in famiglia, le botte non si danno più. Le cinghiate sarebbero considerate delle patologie sociali. E comunque c?è una differenza tra l?intervento della scuola e quello dei genitori. Uno schiaffone può scappare, non è gravissimo. Purché venga dalla madre o dal padre, in questo caso è considerato una correzione ?affettiva?. L?insegnante, invece, non può assumere atteggiamenti che pregiudichino la frequenza a scuola del bambino». D?accordo, ma in una classe va mantenuto l?ordine. E non è sempre facile. «Tanto più – continua Vertecchi – da quando si risparmia sulle figure di sostegno, psicologi o altri. Così gli insegnanti si sentono abbandonati e soli di fronte a situazioni che a volte possono essere estreme».
In casi del genere, quali strumenti ha un insegnante per ?governare? la classe? E che cosa prevede l?ordinamento scolastico? «Non può andare oltre il richiamo verbale, soprattutto nella scuola dell?obbligo», spiega un dirigente del ministero dell?Istruzione. Che aggiunge: «Non ammetto le bacchettate, nè ovviamente gli abusi, ma, a mio parere, la punizione è una ?guida?, se è data in modo efficace e proporzionata ai fatti». E qui si spalanca un gigantesco dibattito. Esiste la punizione equa? Chiosa Vertecchi, riprendendo una massima di San Giovanni Bosco: «Prevenire è meglio che punire».

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