7 Novembre 2001

Terapia efficace ma costosa. Il tribunale: «Cure gratuite»

Il dramma di una donna malata. La Asl dovrà rimborsarle le spese
Terapia efficace ma costosa Il tribunale: «Cure gratuite»
Sette milioni al mese per l?ipertermia che ha arrestato il tumore

Il tribunale le ha dato ragione, spetta al Servizio sanitario nazionale sostenere le spese milionarie per la cura anti-cancro che i medici le hanno prescritto. Maria M., 49 anni, colpita da un tumore al pancreas, non dovrà più sborsare di tasca sua cinque milioni e mezzo ogni 21 giorni per seguire la sola terapia che finora le è stata d?aiuto, la somministrazione di un medicinale antiblastico in stato di ipertermia. Il giudice delegato Guido Scaramuzzi, seconda sezione civile, con l?ordinanza depositata il 29 ottobre ha imposto alla Asl Rm A «di provvedere all?immediato e integrale rimborso in favore della ricorrente del costo del farmaco “Campto“ o di altro farmaco equivalente». Assistita dall?avvocato Carlo Rienzi, presidente del Codacons, Maria apre la vertenza giudiziaria che ora ha vinto il 14 ottobre. Con un ricorso d?urgenza contro la Asl Rm A, la Regione e il ministero della Sanità chiede il rimborso delle spese sostenute per curarsi. L?ipertermia (mezzo milione a seduta), abbinata all?ancor più costoso «Campto», le era stata prescritta da un?oncologa parigina, Marina Musset, ma a Roma è possibile seguire la terapia soltanto in tre strutture: Tor Vergata, l?unica pubblica, Villa Flaminia e Villa Stuart, private. È qui che la paziente viene indirizzata dalla Musset: tra gli ultimi mesi del ?99 e i primi del 2000 Maria inizia i cicli di cura, il tumore si ferma, ma le spese, oltre sette milioni al mese, sono insostenibili.

Il 19 gennaio di quest?anno la Asl accetta di rimborsare il costo del medicinale, ma otto giorni dopo fa marcia indietro: una norma stabilisce che il Servizio sanitario nazionale può dare gratuitamente il farmaco soltanto in strutture «accreditate». Peccato che, spiega Rienzi, «a oltre due anni dall?entrata in vigore della legge la Regione, per ritardi burocratici, non ha accreditato alcuna struttura». La situazione è paradossale: gli ospedali pubblici non hanno l?attrezzatura per l?ipertermia, le poche cliniche private che l?hanno acquistata (la cura è nata in Svezia) non hanno mai potuto firmare la convenzione con il Servizio sanitario nazionale.

Per il giudice i ritardi della Regione non sono un buon motivo per dire «no» a Maria. «Il rifiuto della prestazione – scrive Scaramuzzi – nasce esclusivamente dall?inesistenza delle strutture in grado di erogarla». Invece «sia il farmaco “Campto“ che le sedute di ipertermia rientrano nell?elenco delle prestazioni erogabili gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale». Tant?è che «l?ipertermia in oncologia è stata inserita nel prontuario terapeutico» e altre Regioni, come la Puglia e la Toscana, non hanno alcun problema nel rimborsare i costi della terapia. Nel caso di Maria inoltre, sostiene il magistrato, la cura che le è stata prescritta è «indispensabile e insostituibile», perciò «non è lecito modificarla». Il diritto alla salute è da tempo, in Italia, «un diritto soggettivo perfetto»: già nell?88 la Corte Costituzionale aveva stabilito che è possibile ottenere «prestazioni di diagnostica specialistica ad alto costo in strutture private non convenzionate se esse sono le uniche detentrici della relativa apparecchiatura».

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