28 Novembre 2017

Tassa Airbnb, altolà dell’ Antitrust: rischia di danneggiare gli utenti

 

Roma, 27 novembre 2017 – L’ Antitrust fa le pulci alla cosiddetta ” tassa Airbnb “, ovvero la cedolare secca sugli affitti brevi al 21% introdotta con la manovra bis. Secondo l’ autorità infatti danneggia i consumatori. Per la precisione “appare potenzialmente idonea ad alterare le dinamiche concorrenziali tra i diversi operatori, con possibili ricadute negative sui consumatori finali dei servizi di locazione breve”.Questa la presa di posizione contenuta in una segnalazione ai presidenti di Camera e Senato, al ministero dell’ Economia e all’ Agenzia delle Entrate. Certo, ammette l’ Antitrust, l’ obiettivo della norma è “contrastare il fenomeno dell’ evasione”.Ricordiamo che la tassa sugli affitti brevi prevede tra l’ altro che gli intermediari immobiliari – che siano portali online o agenzie tradizionali – raccolgano le tasse dovute dai proprietari di casa e trasmettano i relativi dati all’ Agenzia delle Entrate. Nella segnalazione, l’ Autorità premette di essere “pienamente consapevole che l’ intervento del legislatore mira a realizzare un interesse pubblico di natura fiscale e a contrastare il fenomeno dell’ evasione. Tuttavia – precisa – l’ introduzione dei suddetti obblighi non appare proporzionata rispetto al perseguimento di tali finalità”, che potrebbero “essere perseguite altrettanto efficacemente con strumenti che non diano al contempo luogo a possibili distorsioni concorrenziali nell’ ambito interessato”.Tra l’ altro la norma rappresenta “un unicum nell’ ambito del panorama europeo”, sottolinea l’ Antitrust. In particolare la misura rischia di “scoraggiare, di fatto, l’ offerta di forme di pagamento digitale da parte di piattaforme che hanno semplificato e al contempo incentivato le transazioni online, contribuendo a una generale crescita del sistema economico”.Il rischio è dunque che si alteri la concorrenza tra i gestori dei portali telematici, “a discapito di coloro che adottano modelli di business fortemente caratterizzati dal ricorso a strumenti telematici di pagamento”. E secondo l’ Autorità, questo “potenziale minor ricorso delle piattaforme telematiche a forme digitali di pagamento nell’ ambito delle locazioni brevi potrebbe penalizzare i consumatori finali conducendo a una minore ampiezza e varietà dell’ offerta, nonché avere un possibile impatto negativo sulla domanda stessa”.Il suggerimento è che la disciplina si limiti “a prevedere misure meno onerose per i soggetti coinvolti, come la previsione di un obbligo fiscale di carattere informativo in capo agli intermediari e ai gestori di piattaforme immobiliari telematiche”, che sarebbero così tenuti a comunicare all’ Agenzia delle Entrare – a una cadenza da definire – il flusso delle prenotazioni raccolte. L’ Antitrust auspica infine che i suoi rilievi – non vincolanti – “siano tenuti in adeguata considerazione” in particolare in riferimento alla norme sugli affitti brevi e “in occasione dei futuri interventi normativi” sull’ economia digitale.LE REAZIONI – Di segno contrario, comprensibilmente, le reazioni di consumatori e albergatori. I primi – con il Codacons – caldeggiano una rivisitazione della tassa nel senzo chiesto dall’ Antitrust minacciando, in caso contrario, una pioggia di “ricorsi anche in sede europea per ottenere l’ annullamento della cedolare secca”.Dal canto loro gli albergatori, con Federalberghi, invitano il governo “a tenere la barra dritta in materia di disciplina fiscale delle locazioni brevi”. “Le imprese italiane, che sono soggette a un carico fiscale tra i più gravosi al mondo non comprenderebbero il senso di aggiustamenti volti a strizzare l’ occhio agli evasori”, precisano.Riproduzione riservata.

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