12 Marzo 2021

TARANTO APPESA AI GIUDICI

 

I destini dell’ ex Ilva, e di decine di migliaia di lavoratori, sono ancora una volta appesi ad una decisione della magistratura. Il pericolo, questa volta, nel caso il Consiglio di Stato non accolga le richieste avanzate ArcelorMittal e dai commissari dell’ Ilva in amministrazione straordinaria, è il fermo di tutta l’ area a caldo. E a seguire la possibile rinuncia dello Stato ad entrare nel capitale della società al fianco di Mittal.
Un passo questo che aprirebbe però scenari difficili da immaginare e che, probabilmente, per l’ ennesima volta, obbligherebbe in governo ad intervenire in extremis con un nuovo decreto salva-Ilva.
«Se non fosse data la sospensiva alla sentenza del Tar Lecce che ha ordinato lo spegnimento, in 60 giorni, degli impianti Ilva a Taranto, il progetto di investimento in ArcelorMittal che vede partecipe lo Stato, rischia di saltare» avrebbero prospettato ieri mattina gli avvocati di Invitalia durante l’ udienza davanti al massimo organo della giustizia amministrativa.
L’ ordinanza del Comune Il Consiglio di Stato era chiamato a decidere se sospendere o meno la sentenza dei giudici amministrativi di primo grado che a febbraio avevano confermato l’ ordinanza con cui a inizio 2020 il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dava 60 giorni di tempo al gruppo per eliminare le criticità della mega-fabbrica sul fronte delle emissioni inquinanti.
L’ udienza davanti alla Quarta commissione del Consiglio di Stato (presidente Greco, relatore Conforti) è durata un paio d’ ore. La decisione dei giudici, attesa con una certa apprensione a Taranto come a Roma, è attesa per oggi.
Con ricorsi diversi, sia ArcelorMittal Italia, ovvero la società che da due anni gestisce Taranto, sia Ilva in As (la società proprietaria degli impianti), avevano chiesto di bloccare la sentenza con la quale lo scorso 13 ottobre il Tar Lecce ha ordinato ad ArcelorMittal di spegnere entro 60 giorni gli impianti ritenuti inquinanti.

Al loro fianco anche Invitalia, la società del Tesoro che in base agli accordi siglati a dicembre effettuerà l’ investimento per conto dello Stato sottoscrivendo un aumento di capitale a favore di ArcelorMittal (400 milioni in cambio del 50%) entrando così nella governance per favorire anche garantire) la tanto attesa riconversione del gigante siderurgico.

Contro la richiesta di sospensiva, oltre al Comune di Taranto, si sono invece schierati la Regione Puglia ed il Codacons. A loro giudizio la richiesta andava respinta in quanto «inammissibile», perché «il diritto a fare impresa non può avvenire mai sulla pelle, sulla salute e sulla vita delle persone».

Cosa può succedere

A questo punto, quindi, se la richiesta di sospensiva venisse accolta (come pare probabile, in attesa della sentenza di merito attesa per i 13 maggio) il conto alla rovescia per lo spegnimento degli impianti verrebbe fermato.
In caso contrario ArcelorMittal e Ilva in As sarebbero costrette ad approntare a procedere con la fermata degli altiforni. Inutile dire che per la tipologia di questi impianti lo spegnimento dell’ area a caldo equivarrebbe alla chiusura, alla morte dell’ ex Ilva, con tutto quello che ne consegue sul piano sociale ed occupazionale.

Ed il governo, oltre a tenere ancora in sospeso l’ aumento di capitale (Arcelor, tra l’ altro, avrebbe già chiesto la messa in mora di Invitalia per il mancato rispetto d elle scadenze fissate), dovrebbe decidere se e come rimediare all’ ennesima impasse. Nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo Giorgetti era arrivato ad evitare l’ uso della golden power per difendere un asset che il governo ritiene «assolutamente strategico». Vedremo.

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