8 Marzo 2006

Tanzi parla ai giudici “Chiedo scusa a tutti“

Tanzi parla ai giudici “Chiedo scusa a tutti“

Lacrime di coccodrillo dell ex patron: “Non sapevo tante cose“

L ad Bondi: “Collecchio era la centrale delle falsificazioni“

Chiede scusa a tutti. Alle migliaia di risparmatori truffati e ai propri figli, anch essi coinvolti nel crack che porta indelebile il nome di famiglia. Versa lacrime di coccodrillo Calisto Tanzi, davanti alla Corte del tribunale di Milano dove si celebra il processo Parmalat. Trentacinque minuti di dichiarazioni spontanee per rispondere delle accuse di concorso in aggiotaggio, ostacolo agli organismi di vigilanza e falso dei revisori. Reati che, secondo l`ex commissario straordinario e attuale amministratore delegato di Parmalat Enrico Bondi, se raccontati con il linguaggio dei numeri vanno letti come un buco da 14 miliardi di euro. Poco più di trenta minuti di parole, dunque, conditi da frasi ad effetto, ammissioni di colpe pronunciate a denti stretti e tanti “non so“ e “non sapevo“, additando ad altri il peso delle decisioni che hanno portato alla catastrofe. Come se Calisto non fosse Calisto, il “patron“ dell azienda di casa, principio e fine di ogni mossa dentro le mura della Parmalat. “Nel dolore e nel rimorso – ha spiegato Tanzi alla Corte – chiedo perdono a quanti ho danneggiato“. Perdono, ha precisato, “chiesto con senso cristiano“, che “non elude la responsabilità nei confronti della giustizia come amministratore di Parmalat, la mia Parmalat. Un azienda che non doveva divenire una grande truffa, come è stata definita“. Si sente colpevole, dunque, Calisto Tanzi? Niente affatto, come ci tiene lui stesso a puntualizzare: “Dipende da cosa si intende con la parola colpevole. Per avere consentito determinate cose ho delle responsabilità. Anche se – aggiunge quasi a volersi discolpare – Parmalat è ancora oggi una realtà che esiste e funziona“. Di cosa parla l ex patron di Collecchio? Quali sono quelle “determinate cose“? Su questo punto Tanzi nega di aver avuto colpe in merito alla vendita di bond della sua azienda, divenuti carta straccia all indomani del crack, nel dicembre 2003: “Non ho mai saputo che i nostri bond fossero venduti a man bassa ai risparmiatori, e lotterò fino alla fine per far sapere questa verità. Questa responsabilità io non ce l`ho“. Nega e rilancia, Tanzi: “Erano le banche d`affari a inseguirci, malgrado i bilanci non fossero il massimo della trasparenza. Con gran parte degli istituti di credito c`era un rapporto drogato“. Ricostruendo i vari passaggi che portarono alla quotazione in Borsa del gruppo di Collecchio, il patron ha dichiarato che “a seguito delle quotazioni le banche iniziarono a proporre le prime operazioni di finanza strutturata. Io non le ho mai comprese e credo non le abbia capite neanche Fausto Tonna“, ha aggiunto riferendosi all`ex direttore finanziario del gruppo. E proprio in seguito a queste operazioni che il marchio Parmalat sarebbe stato utilizzato da terzi in cattiva fede. Parole che non combaciano con quelle pronunciate, oggi stesso, da colui che ha fatto tornare un po di luce nei bilanci di Collecchio, prima come commissario e poi come amministratore delegato. Nella sua deposizione Enrico Bondi ha prima quantificato l`ammontare effettivo del buco di bilancio di Parmalat (“siamo di fronte a un buco da 14 miliardi di euro“), poi ha puntato il dito contro Fausto Tonna, ex direttore finanziario della Parmalat, indicato come “il dominus delle operazioni di falsificazione“. Ma non basta: Bondi è andato oltre, precisando che “la centrale delle falsificazioni era senz`altro Parmalat, e non c`è dubbio che le falsificazioni fossero dentro l azienda, ed erano fatte dagli stessi dirigenti di Parmalat“, quasi a voler smentire i troppi “non sapevo“ dell ex numero uno. E dire che la ricostruzione di Tanzi è stata minuziosa, andando a scavare negli ultimi 20 anni di storia di un azienda che fino a due anni fa era un colosso mondiale del settore agroalimentare. “Già sul finire del `95 il Gruppo era ricaduto in uno stato di grave squilibrio finanziario, non essendo in grado di generare profitti tali che consentissero di fare fronte ai debiti con proprie risorse, e dovendo quindi ricorrere al ripagamento dei debiti attraverso l accensione di nuovi finanziamenti. Tale situazione mi veniva rappresentata dai miei finanziatori come del tutto normale“. A questo punto Tanzi ha ricostruito gli anni dal 1999 al 2003, immediatamente precedenti alla vendita dei bond artefici del default finanziario. Tanzi, in particolare, ha puntato il dito contro Bank of America, che avrebbe avuto la regia delle emissioni di bond ai privati. “Bank of America – ricostruisce l`ex patron di Parmalat – aveva interesse, secondo quanto mi venne riferito, a entrare massicciamente nel mercato finanziario del Sudamerica. Si propose per sostituirsi a Chase Manhattan, come banca finanziatrice del comparto sudamericano, e propose altresì di studiare una soluzione per fare uscire dalla crisi tale comparto di Parmalat, e dunque la Parmalat stessa“. La stessa Bank of America, secondo Tanzi, avrebbe proposto “modalità operative atte a simulare il reale indebitamento, a suggerire modalità di redazione dei bilanci atte a fornire false informazioni al mercato“. Tanzi ha addossato all istituto americano tutte le colpe, comprese le false informazioni al mercato dal dicembre 1999 fino al 2003, circa la voragine finanziaria creata dalle attività della controllata brasiliana Parmalat Partecipacoes do Brasil. Ricostruzioni dettagliate, pronte a passare al vaglio della tribunale, che ha aggiornato il processo al rpossimo 14 marzo. In attesa delle prossime udienze, resta l amarezza di chi ha subito la forza d urto del più grande default finanziario della storia recente, a partire dalle migliaia di persone che hanno bruciato anni di risparmi comprando bond Parmalat, inconsapevoli della truffa. “I risparmiatori italiani non vogliono le scuse, ma rivogliono indietro i propri soldi investiti in titoli Parmalat“: così il Codacons ha voluto commentare la richiesta di “cristiano perdono“, avanzata oggi da Calisto Tanzi. “Questi cittadini – ha affermato il portavoce dell associazione, Carlo Rienzi- non perdonano chi ha dilapidato i loro risparmi di una vita, e non si fanno abbindolare da chi chiede perdono solo adesso, e forse utilizza lo stratagemma delle scuse per ottenere uno sconto di pena che non merita“.

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