8 Marzo 2006

Tanzi: chiedo perdono ai truffati, ho danneggiato anche i miei figli

Tanzi: chiedo perdono ai truffati, ho danneggiato anche i miei figli



MILANO – Per chiedere perdono cita il nero più famoso d?America, per affrontare la vergogna delle accuse scarica le responsabilità sulla banche d?affari, per uscire di scena sussurra scuse. C?è un pizzico di Luther King, quando Calisto Tanzi apre i suoi quaranta minuti di ?mea culpa? nell?aula del Tribunale milanese che lo vuole accusato di aggiotaggio assieme ad altri venti imputati per la caduta più rumorosa d?Italia, quella della Parmalat. «Avevo un sogno, la Parmalat», dice stretto nel blazer blu con in mano sedici fogli della sua verità. Quindi tocca al perdono. All?inizio è quasi una litania: perdono ai risparmiatori, alla famiglia, ai figli «cui ho compromesso il futuro». Poi il cavaliere bianco cambia tono. E accusa. Come era stato già per Enrico Bondi, il salvatore di Parmalat, anche alla fine dell?indice del cavaliere ci sono le banche «con le quali Parmalat aveva un rapporto drogato e che contribuivano all`occultamento al mercato della reale situazione finanziaria del gruppo».
Tanzi ripete più volte di non volersi sottrarre alle responsabilità o tanto meno addossarle ad altri ma di fatto l`unica colpa che si prende è quella di «avere consentito certe operazioni finanziarie, anche se le operazioni proposte, a seguito della quotazione in borsa, dalle banche internazionali, sinceramente non le ho mai comprese e ancora oggi ho dei dubbi». La sostanza è: se ingannavo era perché ignoravo.
E ancora: «Parmalat non doveva diventare una grande truffa, perché la società non ha mai avuto reali problemi di accesso al credito», dice il cavaliere sempre chino sopra i suoi fogli. «Erano gli istituti di credito e le banche d`affari quasi ad inseguirla, a dispetto di bilanci che, è vero, non erano il massimo della trasparenza».
Proprio nel giorno in cui Bondi ricorda che «la centrale delle falsificazioni era senz`altro a Parma con Fausto Tonna, ex direttore finanziario di Parmalat, quale dominus della falsificazione, e sottolineando come tutti assieme i componenti del cda, del collegio sindacale e i primi livelli della dirigenza Parmalat, hanno prodotto questo guaio», Tanzi rilancia: «Erano i miei stessi finanziatori a contribuire o addirittura a promuovere l`occultamento al mercato della reale situazione finanziaria del gruppo».
Sin dalla quotazione nel 1990, la madre di tutte le informazioni errate al mercato, buona parte dei 300 miliardi raccolti servì a ripagare propriom debiti alle banche. Parmalat, ricorda Tanzi, già alla fine del 1995 era in grave squilibri finanziario, non essendo in grado di generare profitti tali che consentissero di far fronte ai debiti con proprie risorse. È così che inizia l`era dei bond, vera e propria catena di Sant`Antonio, su impulso di Chase Manhattan Bank. Ma lui si difende: «Mai ho saputo che i nostri bond fossero venduti a man bassa ai risparmiatori». Il cavaliere bianco chiede perdono, ma dai risparmiatori riceve picche. Spiega il Codacons: «I risparmiatori non vogliono scuse ma pretendono indietro i soldi».
L?udienza si chiude con un mistero. La consulente dei pm milanesi Stefania Chiaruttini evidenzia come nell`esame della contabilità reale del gruppo «non si è mai riuscito a ricostruire dove sia finito un miliardo di euro». La cifra emerge dal confronto tra i 15,32 miliardi delle entrate ricostruite e i 14,02 miliardi delle uscite, al 7 luglio 2004. Quindi la consulente spiega: «Non posso escludere che siano finiti in tasca ai Tanzi». Vero? La risposta alla prossima udienza, il 14 marzo.

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