15 Ottobre 2015

TAGLI ADDIO (ABBIAMO SCHERZATO)

TAGLI ADDIO (ABBIAMO SCHERZATO)
mentre lancia la nuova legge di stabilità, il governo promette
«risparmi» per 6-8 miliardi. ma rischia di essere l’ennesimo annuncio
senza concretezza. come dimostra l’annosa pantomima su enti inutili,
province e società partecipate degli enti locali. che dovevano finire
sotto la scure, e invece sono sempre lì.

La lotta agli sprechi è viva e lotta insieme a noi. Parola Mentre lancia la nuova legge di Stabilità, il governo promette «risparmi» per 6-8 miliardi. Ma rischia di essere l’ ennesimo annuncio senza concretezza. Come dimostra l’ annosa pantomima su enti inutili, province e società partecipate degli enti locali. Che dovevano finire sotto la scure, e invece sono sempre lì. di Pier Paolo Baretta, sottosegretario pd al ministero dell’ Economia, che, annunciando risparmi «per circa 6-8 miliardi» grazie alla spending review, ha promesso che la scure stavolta cadrà impietosa anche «sulle società partecipate». Complimentissimi. Ma ce la farà il governo Renzi, finalmente, a disboscare quella che l’ ex commissario straordinario alla revisione della spesa, Carlo Cottarelli, nel 2014 aveva definito una «giungla» mai esplorata fino in fondo? Nessuno infatti sa quante siano le società a partecipazione pubblica. Né è chiaro dove siano, che cosa facciano, quanta gente esattamente ci lavori e con quali risultati. Secondo il ministero dell’ Economia sarebbero circa 8 mila, e 10 mila secondo il dipartimento delle Pari opportunità di Palazzo Chigi. Nell’ incertezza, Cottarelli ipotizzava un numero ancora più alto, e comunque dai costi spaventosi: magari non i 12-13 miliardi di cui hanno parlato i giornali, ma di sicuro più degli 1,2 miliardi censiti come perdite dal ministero dell’ Economia nel 2012. Aiuto. Il 97 per cento dei sindaci italiani (fonte: Cerved Pubblica amministrazione, giugno 2014) coltiva ambizioni da capitano d’ industria: circa 8 mila Comuni contano 118 mila partecipazioni dirette o indirette (fino al terzo livello) in 6.469 società, che hanno alle proprie dipendenze 285 mila persone. Ben 915 società sono in liquidazione e 242 in fallimento. Ma soltanto 24, finora, risultano cessate. «È chiaro il perché: ogni ente comporta un consiglio d’ amministrazione, una poltrona da presidente con relativa carta di credito, e indennità assortite, segretaria, auto e autista. E questo fa comodo al sottobosco della politica, ai trombati, agli amici, ai pensionati, ai portatori di voti per chi comanda» ride amaro Antonio Parisi, autore del saggio Enti inutili, la rapina agli italiani di cui si parla e si sa troppo poco (Imprimatur). E ha ragione. Il Cerved Pa ha studiato i board di 4 mila partecipate comunali: ci sono 26.363 cariche occupate da 19.497 amministratori (quindi circa 7 mila hanno cariche multiple). Con costi che seguono di pari passo, visto che i consigli di amministrazione, avverte il Cerved, «sono un costo fisso che dipende dal numero di partecipate e non dal loro peso economico». E sia ben chiaro. Queste sono solo le partecipate dei Comuni. Poi ci sono le Province, le Regioni, i Consorzi e le Comunità montane… Altro che giungla! Nel 2010 il governo Berlusconi aveva provato a disboscare con la legge 122 (poi abrogata dal premier Enrico Letta nel 2014), imponendo il divieto di costituire nuove società e l’ obbligo di cedere o liquidare le quote detenute dai Comuni con meno di 30 mila abitanti. Risparmio approssimativo calcolato, 8,7 miliardi di euro. Risultato, un solo Comune su cinque ha obbedito alla legge. E non è certo Pontassieve, 21 mila abitanti, il borgo toscano dove risiede Matteo Renzi: ha partecipazioni dirette in 11 società (una è in liquidazione) più 17 partecipazioni indirette; ma solo di tre ha predisposto la dismissione, e per giunta nel 2015. Peggio ancora fa il Comune che a Renzi ha dato i natali, Rignano sull’ Arno, 8.792 abitanti e sette partecipazioni. Ne cederà solo due. Il rischio, come al solito, è che anche stavolta i tagli restino sulla carta. Vogliamo vedere a che cosa è servito sopprimere le Province e creare le Città metropolitane? Il risparmio per le casse dello Stato finora è stato minimo e a scapito dei servizi essenziali, come sostiene L’ Upi, l’ Unione delle Province italiane, e conferma il Sose (Soluzioni per il sistema economico, una spa Mef-Bankitalia che si occupa di stabilire i criteri di efficienza della spesa pubblica). Le norme di riordino delle funzioni delle ex Province sono infatti ancora in alto mare (le hanno approvate finora soltanto nove Regioni su 20) e l’ unica disposizione attuata è il cambio della guardia: oggi 69 enti provinciali su 76 hanno a capo un sindaco, le giunte sono state cancellate, le assemblee consiliari sono composte da consiglieri comunali e sono entrate in carica le assemblee dei sindaci. Tutte poltrone gratis, certo; ma il resto delle spese, intanto, è rimasto invariato. I dipendenti delle Province in esubero non saranno certo licenziati ma ricollocati in altri enti pubblici, benchè entro la prossima primavera. Quanto alla tutela dell’ ambiente, alla manutenzione delle strade provinciali o delle scuole, a tutti i «servizi essenziali delle funzioni fondamentali» prima forniti dalle Province, basta fare l’ esempio dei Centri per l’ impiego: dal 1° gennaio 2015 sarebbero teoricamente a carico dello Stato, ma su 550 milioni di euro ne ha sborsati solo 70. Il resto chi lo paga? Insomma: se il buongiorno si vede dal mattino, anche stavolta la lotta agli sprechi sarà lunga. Anzi: lunghissima. Magari destinata ad accompagnarci per i prossimi 50 o 60 anni, esattamente come la lotta agli enti inutili (vedere la scheda nella pagina di destra), iniziata nell’ anno di grazia 1956 con la legge numero 1.404, e tuttora in corso malgrado una pletora di norme successive (2001, 2007, 2009, 2012…) e la sequenza di annunci, sempre più roboanti, dei vari governi. Anche qui: quanti sono, questi benedetti enti? E quanto costano? Boh. Inutilmente (e mai avverbio fu più coerente) tanta gente di buona volontà ha tentato un censimento: l’ ex ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, nel 2009, aveva sparato la cifra -record di 34 mila enti, salvo poi individuarne concretamente 612 e metterne in liquidazione meno di 50 (molti decreti, peraltro, sono stati respinti al mittente). La Uil ne ha elencati 540 nel 2014, e 500 il Codacons nel 2015, per una spesa di «almeno 10 miliardi di euro l’ anno». Anche il governo Monti, nel 2012, ne ha stimati all’ incirca 500; ma ne ha aboliti solo una quarantina, e molti sono già resuscitati. La leggenda di Palazzo Chigi narra che l’ ex commissario Cottarelli fosse riuscito a compilare una buona lista di «carrozzoni» da sopprimere, e che oggi a quell’ elenco, nel frattempo posto sotto segreto, lavorino i nuovi consiglieri economici di Renzi, Yoram Gutgeld e Roberto Perotti. Negli ultimi provvedimenti del governo, a dir la verità, finora non se n’ è vista traccia. Si è arenata pure la riforma degli enti vigilati dal ministero dell’ Agricoltura, una pletora di sigle dal costo micidiale e dal comportamento non sempre trasparente: sono l’ Agea, la Sin, l’ Isa, l’ Ismea, il Cra, l’ Agecontrol, con un esercito di 4 mila dipendenti. E la proposta di soppressione, razionalizzazione e unificazione dei vari enti di ricerca presentata dall’ ex ministro montiano Piero Giarda? Soppressa. Tanto che molti degli enti da lui destinati alla rottamazione, come già raccontava Panorama in un’ inchiesta pubblicata come storia di copertina nell’ ottobre 2013, sono ancora vivi. Se l’ Agenzia e la Scuola dei segretari comunali ci hanno infatti lasciato (la loro faraonica sede di Fara Sabina è in stato di abbandono, nell’ attesa che qualche branca dello Stato se ne assuma onori e oneri) altri enti resistono arzilli, come l’ Istituto di alta matematica, l’ Istituto di studi Germanici o lo Iepli, che ha per mission il rifornimento idrico di Irpinia, Lucania e Puglia, ma ha un bilancio che fa acqua da tutte le parti (vedere nel dettaglio le schede a pag. 44 e a destra). Peggio ancora è messo il Cnel, Consiglio nazionale dell’ economia e del lavoro, la cui morte è stata annunciata da Renzi già nel 2013 ma, essendo un organo costituzionale, potrà tirare le cuoia solo dopo l’ entrata in vigore della riforma Boschi. Ossia dopo l’ autunno 2016. Campa cavallo. E sempre che non intervenga un referendum abrogativo… Sopprimere un ente inutile, in effetti, non è facile. Ci sono le lentezze della politica, l’ inerzia dei commissari o dei liquidatori (che sull’ eutanasia di un ente possono campare molto, anche 30 anni), i contenziosi coi creditori e i debitori, le rivendicazioni degli ex dipendenti. In un attimo, passa mezzo secolo. Tanto c’ è voluto per liquidare la Lati, ovvero la società Linee aeree transcontinentali italiane fondata da Italo Balbo nel 1939, chiusa nell’ anno 1956 ma scomparsa definitivamente nel 2006. Eppure l’ ultimo volo targato Lati risaliva al 19 dicembre 1941. Eterna è stata anche l’ agonia della fascistissima Opera nazionale maternità e infanzia, come quella dell’ Opera nazionale combattenti, o quella della Gescal, o del patronato Regina Margherita pro -ciechi e di altri 60 zombie dichiarati finalmente estinti il 1° luglio 2009, con il passaggio degli ultimi loro beni alla Fintecna, una società pubblica della Cassa depositi e prestiti. Una giornata memorabile, quella, perché ha concluso vittoriosamente la prima, grande guerra agli enti inutili della storia d’ Italia, una partita di 839 liquidazioni decise tra 1956 e 2002. Una guerra costosissima, oltretutto, visto che fino al 2005 ci ha lavorato un’ intera branca della Ragioneria dello Stato, l’ Iged, Ispettorato generale enti disciolti, oggi disciolto anche lui, che nel 2000 contava ben 14 uffici e 224 dipendenti, al costo di oltre 25 milioni l’ anno. Le spoglie del nemico però sono rimaste allo Stato, rallegriamoci: compreso un ragguardevole patrimonio di immobili la cui vendita, dal 1956 a oggi, ha fruttato complessivamentepiù di 270 milioni di euro. Ed è questo, forse più che il risparmio, su cui punta il governo per il futuro: i beni dei morituri. Trascurati fino a oggi, appetibili per il domani. Non è un caso se a Milano si farà festa, il 4 dicembre, per celebrare la morte del Consorzio del canale Milano Cremona -Po. Istituito da Mussolini nel lontano 1941 con l’ obiettivo di portare il mare a Milano, o Milano al mare, ma arenatosi tristemente a Pizzighettone, il Consorzio era stato soppresso nel 1994. E giustamente. Solo che ci sono voluti 21 anni per arrivare all’ atto finale, cioè la consegna al Comune di Milano dei 3,5 milioni di metri quadrati di terreni che erano in mano al Consorzio e che ora, grazie al liquidatore Fintecna, stanno generando ricchi introiti per le casse municipali e dello Stato, che era azionista del consorzio al 60 per cento. Per 21 anni su quei terreni abbandonati è successo di tutto, compresa la fondazione di un campo rom abusivo in via San Dionigi con annesso allevamento, altrettanto abusivo, di cani da combattimento. Almeno a loro l’ inutile consorzio, ammettiamolo, è stato uti Il governo ha «sforato» le previsioni sulle uscite di 20 miliardi all’ anno, a partire dal 2014. Mostrando così di non aver saputo prendere in mano le redini del Paese e che la spending review non è una sua priorità.
laura maragnani
 
 

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