Supermercati vuoti a metà
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fonte:
- Il Manifesto
Riuscito lo «sciopero della spesa» proclamato dall`Intesa dei consumatori. L`inflazione (e la politica dei redditi) diventa un tema di lotta politica. Con una base sociale
Il malcontento per l`aumento dei prezzi esce dallo stadio del «mugugno» privato individuale e diventa protesta collettiva, organizzata e diffusa. A guidarla – davanti ai supermercati di grandi dimensioni – piccoli gruppi composti di sindacalisti ed esponenti delle associazioni dei consumatori aderenti all`«Intesa» (Federconsumatori, Adusbef, Adoc e Codacons). Identica composizione, in piazza Montecitorio, per il presidio organizzato davanti alla Camera, presto popolato da numerosi parlamentari dell`opposizione. Contrariamente alle iniziative dello stesso tipo lanciate altre volte negli anni scorsi quella di ieri è stata «sentita» dai venditori. Le associazioni promotrici dello «sciopero della spesa» hanno iniziato già in tarda mattinata a parlare di un 30% di riduzione degli acquisti; nel pomeriggio, sulle ali dell`entusiamo, l`Intesa ha quantificato in un notevole 47% il numero delle adesioni. Una classifica per città vedrebbe in testa Napoli (56% di «scioperanti»), seguita da Palermo e Cesena (52%).
Fin dalla mattina un po` tutti gli organi di informazione avevano piazzato i propri osservatori nei punti presumibilmente «caldi» dele varie città, registrando cali tutto sommato moderati nei supermercati, mentre nessuna differenza sensibile veniva notata nei mercatini rionali. Alla fine la Confesercenti (l`associazione dei commercianti) dava le sue cifre: «il 10%, al massimo». Per l`Intesa gli esercizi più «puniti» sarebbero stati appunto i supermercati, i negozi di intimo e quelli di calzature (ossia quelli in cui la spesa familiare può essere più facilmente programmata e tenuta fuori dal circuito quotidiano). La diatriba sulle cifre – una costante in tutti gli scioperi – riflette stavolta anche la difficoltà oggettiva di verificare il grado di partecipazione a una protesta senza un soggetto sociale «portante», dispersa su una miriade di punti, lasciata forzatamente alla buona volontà individuale e – soprattutto – condizionata dalle necessità urgenti più disparate. E certe cifre eccessivamente ottimistiche, sparate nei comunicati di «vittoria», sicuramente non aumentano la credibilità di chi – pur ragionevolmente – mette in discussione alcune statistiche dell`Istat.
Ma per quanto la giornata di ieri possa a buon diritto essere considerata di portata per lo più «simbolica» (la struttura dei consumi, specie in tempi di ristrettezze economiche generalizzate, è per sua natura ridotta all`essenziale, quindi rigida), è comunque servita a portare il problema del controllo dei prezzi e delle tariffe al rango di problema politico che raccoglie un malcontento diffuso. A cui il governo non sa dare alcuna risposta. L`esempio più chiaro è stato fornito dalle parole del ministro Marzano (curiosamente identiche a quelle con cui la cislina Adiconsum ha motivato la propria contrarietà alla protesta), che invitava i consumatori a «boicottare ogni giorno solo chi pratica rincari ingiustificati». Come se la maggior parte della popolazione a basso reddito non vivesse dando la caccia alle «offerte» superscontate, anche a costo di fare la spesa in punti vendita diversi.
Da Bruxelles, Prodi ha tagliato corto le polemiche sulle presunte responsabilità dell`euro: «Il caro prezzi continua in Italia in modo diverso da tutti gli altri paesi escluso uno». Ma è stata la Cgil a cercare di centrare il punto decisivo: «Aumenta lo scarto tra retribuzioni e inflazione reale. Il primo responsabile è il governo che ha causato un crollo del potere d`acquisto di salari e pensioni». Il rischio, anche per la Cgil, è quello di colpevolizzare una sola categoria – i commercianti, che pure hanno responsabilità non piccole – dimenticando che le dinamiche macroeconomiche richiedono risposte dello stesso livello; quanto meno una «politica dei redditi», insomma.
Mentre il centrosinistra e Rifondazione promettono battaglia in parlamento quando si comincerà a discutere della legge finanziaria, le associazioni che hanno organizzato la protesta vogliono aprire «due tavoli di confronto: uno con il governo, per ottenere un adeguamento delle tariffe e un bonus fiscale per le famiglie meno abbienti; e l`altro con le associazioni professionali, per stringere accordi per il calmieramento dei prezzi». Basterà? Vedremo. Certo, da ieri, la dinamica dei prezzi diventa un tema di lotta politica con un retroterra sociale. E un avversario: il governo.
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