12 Settembre 2006

Supermercati come boutique di lusso

Supermercati come boutique di lusso
“Prezzi più alti a causa della camorra e della scarsa concorrenza“
La palma al Due Esse di via Volpicella Mentre la maglia nera è del Superalvi di via Lepanto a Fuorigrotta



Le famiglie italiane spendono in media 6.500 euro all`anno per prodotti alimentari e per l`igiene della persona e della casa. Ma se a Firenze si possono risparmiare 1.300 euro scegliendo il negozio giusto, a Napoli il salasso è assicurato: pur individuando il supermercato più economico, il risparmio non supera i 300 euro. Qui fare la spesa costa di più. Molto di più. Alla cassa del supermarket, a parità di prodotti acquistati, scegliendo accuratamente le stesse marche e le identiche confezioni, lo scontrino napoletano è di un quarto più salato rispetto a quello di Firenze. Già, Firenze. Che secondo una recente indagine di “Altroconsumo“ (che è andata a caccia del risparmio in 39 capoluoghi di provincia e 731 punti vendita) è la città dove la grande concorrenza tra supermercati va a tutto vantaggio dei consumatori. Qui da noi i supermercati sono pochi, risultano quasi inesistenti gli hard discount, e si spartiscono fette di mercato senza variare di molto i cartellini dei prezzi. Specie in città. Basta andare oltre le porte di Napoli perché la situazione migliori, nonostante si resti lontani dalle realtà di altre regioni. Secondo i dati della Camera di commercio e del ministero per le Attività produttive, nei capoluoghi della Campania si contano 118 supermercati alimentari, il Piemonte ne ha il doppio (236), il Lazio 325. E Napoli? Qui i supermercati sono 61, a Torino ce ne sono 129, a Milano 136, a Roma 269. E se cresce la superficie di vendita, prendendo in considerazione gli ipermercati, la situazione locale non migliora: La Campania conta appena 12 ipermercati (6 nella provincia di Napoli), mentre una regione piccola come l`Abruzzo ne ha 11, il Piemonte 54 (24 solo a Torino), la Lombardia 112 (Milano 31), la Toscana 28 (7 solo a Firenze). Un confronto (vedi anche la tabella in pagina) che penalizza il cittadino che fa la spesa. La minore concorrenza si traduce, immediatamente, in prezzi più alti. La mappa della convenienza, in città, assegna la palma del miglior prezzo al supermercato Due Esse di via Volpicella, dove rispetto alla Coop di Firenze (che è in assoluto la più economica) fare la spesa costa il 19 per cento in più. Il salasso è assicurato al Superalvi di via Lepanto, dove i prodotti confezionati costano il 39 per cento più che alla Coop fiorentina. Gambe in spalla, allora, per cercare il punto vendita che favorisca il consumatore. Una ricerca nella quale ci aiuta, ancora una volta, “Altroconsumo“: facendo la spesa nel supermercato più economico della città, guardandosi bene dai punti vendita meno concorrenziali, si possono risparmiare 725 euro all`anno (facendo altrettanto a Firenze è garantito un risparmio di 1.585 euro, a Milano di 1.352). Mauro Bulfon, il ricercatore che ha condotto l`inchiesta per Altroconsumo, aggiunge: “Un sintomo della mancanza di concorrenza è nel comportamento delle tre maggiori insegne della grande distribuzione: Ipercoop pratica prezzi mediamente più alti del 27 per cento rispetto a Firenze; Carrefour ha prezzi più alti del 19 per cento; Auchan a Napoli ha prezzi mediamente più alti del 5 per cento rispetto a Milano. Un confronto che dimostra in modo palese come a Napoli le stesse insegne abbiano la tendenza ad adeguare i propri prezzi al livello concorrenziale della città“. I consumatori napoletani scontano, dunque, il prezzo della mancata concorrenza, ma anche di un sistema che soffre la presenza ingombrante della malavita organizzata. Che ha da decenni esteso il suo potere sul settore della distribuzione, condizionandolo da più punti di vista: quello del trasporto delle merci, ma anche la scelta delle merci stesse (non tutti i marchi sono ammessi perché non tutti si piegano alle richieste della camorra), per non parlare del racket che pesa sui bilanci degli esercizi commerciali. “Anche alle grandi catene di distribuzione e vendita viene chiesto di pagare il pizzo – racconta Loris Landriani, che insegna Economia aziendale alll`università Parthenope ed è stato coordinatore di un master, organizzato insieme a Unicoop Firenze, per la formazione di manager della grande distribuzione – aziende leader in Italia, in questo settore, mi hanno raccontato di aver rinunciato ad aprire punti vendita proprio per questo motivo“. E Giuseppe Ursini, vicepresidente nazionale del Codacons, nonché responsabile della sede napoletana dell`associazione, aggiunge: “A Napoli, come in altre aree della regione, chi controlla la distribuzione, in particolare quella relativa ai prodotti alimentari, è la criminalità organizzata. Sotto il suo controllo è qualunque attività di questo tipo. Ovviamente il sistema commerciale ne risente, ne soffre, ed i consumatori ne fanno le spese. Bisognerebbe verificare l`effettiva titolarità di imprese di distribuzione ed esercizi commerciali, per cominciare ad individuare e poi scongiurare le infiltrazioni malavitose“. Così la Campania resta a lungo fanalino di coda per il fatturato della grande distribuzione (nell`ultimo bimestre del 2005, ad esempio, le vendite in regione sono aumentate dello 0.8 per cento contro la media nazionale dell`1.8 per cento), e bisogna attendere il 2006, secondo il Centro studi di Unioncamere, per registrare una lieve inversione di tendenza: + 2,3 per cento il giro d`affari dei supermercati di casa nostra, un incremento delle vendite che ha spinto la Coop, ad esempio, ad inaugurare due nuovi cantieri per altrettanti ipermercati che, di qui al 2008, apriranno i battenti nei dintorni della città.

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