16 Gennaio 2006

Stop alle lobby

È bastato un mese per capire che l`accordo fra il ministro della Salute, Francesco Storace, e l`associazione dei farmacisti per scontare il prezzo dei medicinali di fascia C è rimasto lettera morta. Tranne qualche eccezione che conferma la regola, come il Trentino, il costo delle medicine è rimasto invariato. Fa bene dunque l`Antitrust a battere i pugni sul tavolo e a sostenere che, ormai, l`unica strada praticabile per abbattere i prezzi è la libera vendita di farmaci nella grande distribuzione, ovvero in super e ipermercati. In altre parole, si tratta di aprire le porte alla libera concorrenza in un settore che, in maniera anomala, vede i farmacisti agire in regime di monopolio. Non è solo il buon senso a suggerirlo. In Gran Bretagna, per citare un caso, dopo quattro anni di liberalizzazione parziale del mercato, i prezzi delle medicine si sono ridotti in media di un ragguardevole trenta per cento. E questa percentuale, secondo il Codacons, è pari pari quella che si potrebbe ottenere nel nostro Paese. Se nulla si è mosso è perché il combinato disposto case farmaceutiche-farmacie, decise a difendere con le unghie antichi e radicati privilegi, ha annullato sia l`effetto della legge Bersani che dal `98 ha liberalizzato il commercio in tutti i settori, sia il decreto del ministro Storace sugli sconti. Colpa dei politici che, fatta la legge, non hanno saputo (o voluto) farla rispettare. Ma soprattutto potenza delle lobby che finora hanno vinto il braccio di ferro con il governo di turno anche a colpi di campagne sui presunti pericoli nascosti nella vendita di medicine nella grande distribuzione. Campagne riassunte nello slogan abusato del “guai alle cure fai-da-te“. Un allarme che, francamente, sa molto di foglia di fico. E difatti, nella sua controffensiva, l`Antitrust propone per esempio una soluzione molto semplice per il controllo della vendita dei medicinali nei supermercati: la presenza di un farmacista che assista l`acquirente. I rimedi, insomma, esistono. Basta trovare la volontà politica di tradurli in pratica e di non arrendersi alle lobby. Lo chiedono i consumatori e lo pretende un Paese in cui la spesa farmaceutica pesa ormai in misura spropositata sui bilanci delle famiglie e, in modo ancora più odioso, su quelli dei pensionati. massa@ilsecoloxix.it (Riccardo Massa) 16/01/2006 WashingtonL`esercito turco è stato recentemente oggetto di critiche da parte dell`Europa, che lo ritiene un ostacolo al processo di riforme in Turchia. Ma queste critiche non tengono conto dell`importante ruolo positivo svolto in questo processo dallo stesso esercito. Di vedute tradizionalmente occidentali, l`esercito turco ha sempre sostenuto con forza la modernizzazione del Paese, anche facendo pressioni per la sua entrata nell`Unione europea. Tuttavia certe riforme richieste dall`Unione europea lo pongono di fronte a un dilemma. A giudizio dei militari, ma anche di buona parte della società, la Turchia non è minacciata solo dalle proprie faglie geologiche. È infatti attraversata anche da faglie etniche, politiche e ideologiche. Un processo di riforma politico non ben guidato potrebbe provocare un terremoto. L`esercito si considera in dovere di proteggere la Turchia da questi rischi. La riforma richiesta dall`Europa che prevede di ridurre il ruolo dell`esercito anche prima che istituzioni alternative, legittime e competenti, siano pronte a recepirne i compiti, rende alquanto nervosi molti militari. Le forze armate turche hanno un rapporto insolito con la società. Nonostante vari interventi nella politica civile, tra cui colpi di Stato, hanno goduto a lungo di un forte sostegno da parte dell`opinione pubblica. Fin dall`istituzione della Repubblica, quando l`esercito prese il potere per salvaguardare l`indipendenza, ha generalmente dimostrato di essere la forza più affidabile per la sicurezza della Turchia all`estero e all`interno. In compenso, gli è stato consentito di potenziarsi eccezionalmente allo scopo di mantenere la propria forza. L`esercito ha fatto grandi sforzi per proteggere i propri gradi dalle varie faglie che si individuano nella società e per infondere ai propri soldati un comune senso di fermezza e lealtà. Ha mantenuto i rapporti tra l`esercito e i civili, sia nel governo che nella società, ai minimi termini. Ha anche tentato di estendere il proprio potere fino alle istituzioni – che nella maggior parte dei Paesi democratici sarebbero governate prevalentemente da civili. Quando, nel dicembre 1999 a Helsinki, i leader dell`Unione Europea hanno certificato la “piena eleggibilità“ della Turchia come membro, e le richieste dell`Unione europea di conformarsi ai criteri di Copenhagen sono diventate inevitabili, l`esercito turco ha dovuto affrontare la prospettiva di dover abbandonare gran parte del proprio potere. L`esercito approvava la riforma nella prospettiva di aderire all`Ue, dal momento che diventarne membro poteva risolvere le diverse difficoltà turche, quali la questione curda, il crescente islamismo, l`inasprimento dei rapporti con la Grecia, i problemi economici, l`inquietudine per la politica statunitense in Iraq e la possibilità che la Turchia venga lasciata fuori dalla preannunciata forza militare indipendente europea. Inoltre, l`esercito confidava nel fatto che la prospettiva di entrare potesse creare consensi che avrebbero potuto superare le profonde fratture all`interno del Paese e sollevarlo dall`insolito ruolo di tener unita la nazione. L`esercito si è sforzato di esaudire le richieste dell`Ue. Ha rinunciato alla propria influenza istituzionale su organismi quali il Consiglio di sicurezza nazionale, ha permesso ai civili una maggiore supervisione sulle sue finanze e ha iniziato a cedere la propria autonomia giudiziaria. Le più impegnative, tuttavia, sono state le riforme che minano la sua forza e la sua coerenza interna, poiché gli impediscono di adempiere all`importante dovere di rappresentare l`ultimo difensore della sicurezza interna e esterna della Turchia. Perché la riforma continui a godere del pieno appoggio dell`esercito, i militari devono sentirsi sicuri. Le turbolenze lungo la strada, come violenta rivolta dei separatisti curdi, non sono certo d`aiuto. Che cosa può fare l`Ue? Può alimentare il senso di sicurezza dimostrando lo stesso impegno nell`adesione turca dimostrato dalla Turchia stessa e può essere sensibile nel sincronizzare i tempi delle riforme. I leader dell`esercito turco sono come capitani che cercano di far attraccare una petroliera in un nuovo porto. Sono riluttanti all`idea di rinunciare ai propri metodi già sperimentati finché non avranno la certezza che i sistemi di attracco a quel porto (le istituzioni, la polizia e infine le promesse dell`Ue) siano funzionanti e impediranno alla petroliera di schiantarsi. Vedere la Turchia che attraversa un processo di riforma è negli interessi di tutti. Per gli europei, evitare la balcanizzazione del nuovo candidato all`adesione ha i suoi ovvi vantaggi. Per gli Stati Uniti, una Turchia stabile e democratica è una risorsa fondamentale nella prospettiva di ulteriori mutamenti di regime nel Medio Oriente. E per i turchi, il senso di fiducia nazionale che l`esercito può proiettare alleggerirà la fase finale dello storico viaggio intrapreso dal Paese verso la modernizzazione. International Herald Tribune e per l`Italia Il Secolo XIX (Traduzione di Federica Oliva e Daniela Longinotti) Ersel Aydinli insegna alle Università Bilkent di Ankara e George Washington di Washington. ERSEL AYDINLI 16/01/2006.
È bastato un mese per capire che l`accordo fra il ministro della Salute, Francesco Storace, e l`associazione dei farmacisti per scontare il prezzo dei medicinali di fascia C è rimasto lettera morta. Tranne qualche eccezione che conferma la regola, come il Trentino, il costo delle medicine è rimasto invariato. Fa bene dunque l`Antitrust a battere i pugni sul tavolo e a sostenere che, ormai, l`unica strada praticabile per abbattere i prezzi è la libera vendita di farmaci nella grande distribuzione, ovvero in super e ipermercati. In altre parole, si tratta di a
prire le porte alla libera concorrenza in un settore che, in maniera anomala, vede i farmacisti agire in regime di monopolio. Non è solo il buon senso a suggerirlo. In Gran Bretagna, per citare un caso, dopo quattro anni di liberalizzazione parziale del mercato, i prezzi delle medicine si sono ridotti in media di un ragguardevole trenta per cento. E questa percentuale, secondo il Codacons, è pari pari quella che si potrebbe ottenere nel nostro Paese. Se nulla si è mosso è perché il combinato disposto case farmaceutiche-farmacie, decise a difendere con le unghie antichi e radicati privilegi, ha annullato sia l`effetto della legge Bersani che dal `98 ha liberalizzato il commercio in tutti i settori, sia il decreto del ministro Storace sugli sconti. Colpa dei politici che, fatta la legge, non hanno saputo (o voluto) farla rispettare. Ma soprattutto potenza delle lobby che finora hanno vinto il braccio di ferro con il governo di turno anche a colpi di campagne sui presunti pericoli nascosti nella vendita di medicine nella grande distribuzione. Campagne riassunte nello slogan abusato del “guai alle cure fai-da-te“. Un allarme che, francamente, sa molto di foglia di fico. E difatti, nella sua controffensiva, l`Antitrust propone per esempio una soluzione molto semplice per il controllo della vendita dei medicinali nei supermercati: la presenza di un farmacista che assista l`acquirente. I rimedi, insomma, esistono. Basta trovare la volontà politica di tradurli in pratica e di non arrendersi alle lobby. Lo chiedono i consumatori e lo pretende un Paese in cui la spesa farmaceutica pesa ormai in misura spropositata sui bilanci delle famiglie e, in modo ancora più odioso, su quelli dei pensionati.

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