Stipendi, il carovita divora gli aumenti
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fonte:
- Il Messaggero
Ad aprile inflazione a quota 2,7% mentre le buste paga sono cresciute solo dell?1,7%
ROMA – La spirale dei dati negativi che arrivano dall?Istat non accenna a spezzarsi. Stavolta le cifre destinate a dare un dispiacere alle famiglie riguardano le retribuzioni. Ad aprile l?indice contrattuale dei lavoratori dipendenti calcolato dall?Istituto di statistica è salito di un modesto 0,2% e ancora peggiore, se possibile, è la variazione annua, corrispondente all?1,8% (in quattro mesi siamo al 2% netto). Di fronte a un?inflazione che lo scorso mese si è attestata al 2,7%, è del tutto evidente che la crescita generale dei prezzi ha di parecchio sopravanzato quella degli stipendi, che hanno perduto lo 0,9% di potere d?acquisto.
Il dato diventa ancora più sconfortante se si considerano le retribuzioni orarie e non quelle per dipendente, poiché l?aumento è limitato all?1,7%. C?è da chiedersi chi si trova in condizioni migliori e chi in quelle più sfavorevoli, all?interno dell?indice “grezzo“. L?unico settore in cui non vi sono contratti di lavoro scaduti è quello edilizio. «Gradi elevati di copertura contrattuale – fa presente l?Istituto di via Balbo – si registrano nell?agricoltura e nel credito e assicurazioni», mentre «livelli sensibilmente inferiori», che determinano un abbassamento degli stipendi reali, si notano per industria, trasporti, comunicazioni e servizi privati. Parecchi contratti scaduti caratterizzano il pubblico impiego, come pure in attesa di rinnovo sono gli accordi del commercio e dei pubblici esercizi. Aumenti di retribuzioni inferiori alla media vengono denunciati da estrazioni minerali, trasporti e comunicazioni (1,4%), energia e petroli (1,1), ristoranti e alberghi (0,8), assicurazioni (0,6) e uffici pubblici (0,5).
Le ultime statistiche vengono commentate con preoccupazione dalla Cgil. Lo scarto tra inflazione e retribuzioni – rileva Marigia Maulucci, segretario confederale – hanno «effetti drammatici sul tenore di vita dei lavoratori». La sindacalista punta il dito contro il governo che vorrebbe curare solo i sintomi della malattia, trascurando invece le cause vere: «Il decreto che favorirebbe rottamazioni, sconti e Dio solo sa quali altre diavolerie è un supermarket di offerte nel deserto della domanda». Bisognerebbe invece investire nella ripresa, potenziando la ricerca e, soprattutto occorre chiudere i contratti aperti, ma – afferma Maulucci – «sulla base dell?inflazione reale, perché quella programmata, come si è visto, è una fregatura».
E nella piaga del minore potere d?acquisto affonda il coltello anche l?Intesa consumatori, una delle associazioni che rappresentano i cittadini-utenti. La perdita sul monte salari è stimata in una “forchetta“ che va da 3 a 7 miliardi di euro. Purtroppo ben superiore appare la decurtazione dei redditi, pari ad almeno 15 miliardi di euro.
Di fronte a un sacrificio delle famiglie così pesante, pure l?Intesa si rivolge all?esecutivo, invitandolo a varare misure urgenti per rilanciare i consumi. Questi gli interventi suggeriti: eliminare i ticket sui farmaci e ripristinare il vecchio prontuario, visto che la spesa in due anni è salita del 35%; difendere il risparmio dai titoli-spazzatura e punire le banche che hanno consigliato i bond argentini, costati 2,6 miliardi di euro a 450.000 risparmiatori italiani; bonus fiscale di 1.500 euro e contestuale “rottamazione“ dei mobili; controllare le tariffe sotto pressione, come Rc auto, banche, poste, tassa sui rifiuti; calare dal 20 al 10% l?Iva sul metano; non farla passare liscia a chi ha speculato sul cambio lira-euro; istituire una commissione d?indagine parlamentare sui prezzi petroliferi; rinnovare i contratti e indicizzare le pensioni all?inflazione reale; accelerare la modernizzazione dei servizi.
Le statistiche toccano, in ultimo, gli scioperi. Nel 2002 sono state perdute ben 34.025 ore di lavoro e hanno molto pesato le proteste in difesa dell?articolo 18 deello Statuto dei lavoratori. Nel gennaio-aprile 2003 le ore non lavorate sono scese a quota 3.899, ovvero l?82% in meno dello stesso periodo del 2002.
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