19 Novembre 2006

“Sono viva, ma qualcosa dentro di me si è rotto“

Maria, 42 anni, racconta di sua figlia che da quel giorno tutte le notti si sveglia di soprassalto e fa sempre la stesso sogno, sogna una porta che non si apre e lei che resta imprigionata dentro. “Per farle riprendere la metropolitana la devo accompagnare io. Tutti i giorni la stessa storia e lo stesso tragitto, Giulio Agricola-Repubblica. Mi è tornata bambina“. Alla figlia, che ha 24 anni, le avevano diagnosticato una semplice contrattura lombo sacrale, 7 giorni di prognosi. Antonietta, 55 anni, ha ancora il ginocchio che le duole e un piede che le fa male. Ma il suo vero problema è un altro. “Se non ci fosse mia figlia Silvana che tutte le mattine mi accompagna e insieme prendiamo la Metro a Cinecittà credo che non sarei più tornata al lavoro“. Il pm della Procura di Roma Elisabetta Ceniccola ha scelto un sabato, giorno meno lavorativo di altri, per convocarli a Piazzale Clodio. E sono 427 quelli che stante ai referti si sono fatti curare negli ospedali. Anche se ieri se sono presentati solo un centinaio (ma altri 150 hanno scelto di farsi rappresentare dal Codacons). Entro 90 giorni a partire dal prossimo primo dicembre si potrà conoscere la verità tecnico giudiziaria sulle cause dell`incidente che causò la morte della ricercatrice Alessandra Lisi. Ieri il pm ha conferito l`incarico per le verifiche sulle scatole nere dei due convogli. Il primo atto è stato quindi la nomina dei periti. Accompagnato dalle prime polemiche. Sarebbero troppe infatti 427 persone ferite secondo un legale delle Assicurazioni Roma che rappresenta l`Atac. Come dire che il numero dei “refertati“ in origine era di poco superiore ai cento ma nei 5 giorni utili per presentarsi al pronto soccorso degli ospedali si sarebbero via via moltiplicati. Polemico anche Giorgio Robiony, l`avvocato di Angelo Tomei, il macchinista, l`unico finora iscritto nel registro degli indagati. Non ha gradito la decisione del pm: non ammettere come parte danneggiata un consulente nominato da Met.Ro, Atac e Caf, una scelta, dice l`avvocato “che potrebbe dilatare dal punto di vista procedurale la vicenda giudiziaria“ . E rieccoci a ieri. Alle mamme, alle figlie, alle zie, agli accompagnatori e alle parti offese. L`ultima volta che si erano visti era stato quel maledetto 17 ottobre nella stazione di Piazza Vittorio. Erano doloranti, pallidi, insanguinati, con i vestiti strappati. Ora in jeans oppure con la cravatta e una ventiquattrore sotto il braccio. Si riconoscono, si salutano, ricostruiscono l`incidente. Qualcuno riesce anche a scherzare, “dividiamoci in tamponati e tamponanti…facciamo prima“. Si parla delle ferite fuori, che in qualche caso sono ancora evidenti. E di quelle dentro che non si vedono. “Il problema è che il cervello restituisce ogni volta la stessa immagine, un flashback che ti fa rivivere lo stesso impatto emotivo – spiega Rosario Sorrentino, neurologo e direttore dell`Unità italiana attacchi di panico che ha in cura molti casi di questo genere – ma nel medio e lungo periodo si può guarire seguendo una terapia psicologica e farmacologica“. Per molti sarà un passaggio obbligato. Aldo Valli, 32 anni, procuratore legale ha il braccio sinistro immobilizzato da un tutore. Non ha paura di ammettere di avere ancora paura. “Un giorno ci risalirò ne sono sicuro ma adesso non me la sento“. Il suo avvocato a titolo di risarcimento per il danno biologico e morale chiederà non meno di 10 mila euro. Per i sopravvissuti della Metro A c`è un “11 settembre“, un “prima“ e un “dopo“. “Dopo un mese ti dici che sei viva e ti sembra tantissimo se pensi che quella ragazza ci ha rimesso la vita. Ma poi scopri che dentro si è rotto qualcosa“, mormora sul filo del pianto Margherita, 49 anni, boliviana, 2 denti rotti, il braccio destro bloccato, un collare per la cervicale. E Francesca, 32 anni, che si sveglia di soprassalto e dopo aver fatto le analisi ha scoperto di avere tutti i valori sbagliati. Per i medici però non ha niente.

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