10 Marzo 2020

Solo un rimbalzo tecnico per la produzione industriale italiana

Solo un rimbalzo tecnico per la produzione industriale italiana. A gennaio, ha stimato l’ Istat, l’ indice destagionalizzato della produzione industriale è aumentato del 3,7% rispetto a dicembre. Corretto per gli effetti di calendario, a gennaio l’ indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dello 0,1% (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 22 di gennaio 2019). Mentre nella media del trimestre novembre-gennaio, il livello destagionalizzato della produzione è sceso dello 0,9% rispetto ai tre mesi precedenti.”A gennaio si osserva un marcato recupero congiunturale della produzione industriale, dopo il forte calo registrato nel mese di dicembre. Nonostante questa dinamica espansiva, la variazione su base trimestrale resta negativa”, ha commentato l’ Istat. All’ accentuata volatilità dell’ indice destagionalizzato nell’ ultimo bimestre, ha spiegato l’ Istituto di statistica, ha contribuito la particolare disposizione, in tale periodo, dei giorni lavorativi di calendario. In termini tendenziali, “prosegue la lunga fase di contrazione, seppure lieve a gennaio, dell’ indice corretto per gli effetti di calendario. A livello dei principali raggruppamenti di industria i comparti dei beni strumentali e di consumo risultano in crescita sia su base mensile sia su base annua”.Più in dettaglio, l’ indice destagionalizzato mensile ha mostrato aumenti congiunturali diffusi in tutti i comparti: sono aumentati in misura marcata i beni strumentali (+4,1%), i beni intermedi (+3,3%) e, con una dinamica meno accentuata, i beni di consumo (+2,6%) e l’ energia (+1,3%). Su base tendenziale e al netto degli effetti di calendario, a gennaio si è vista una contenuta crescita per i beni strumentali (+2,1%) e una più lieve per i beni di consumo (+1,2%). Viceversa sono diminuiti, in misura marcata, l’ energia (-6,6%) e in misura più contenuta i beni intermedi (-0,3%).Quanto ai settori di attività economica che hanno registrato i maggiori incrementi tendenziali sono stati le altre industrie manifatturiere (+11,6%), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (+11,4%), l’ industria alimentare, bevande e tabacco (+6,8%). Le flessioni più ampie, invece, si sono viste nelle industrie tessili, abbigliamento e pelli (-8,4%), nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore e acqua (-6,3%) e nei prodotti chimici (-3,3%). Solo la produzione industriale di autoveicoli a gennaio ha registrato un calo del 4,1%. “Con l’ aumento record del 6,8% della produzione di alimenti e bevande a gennaio ci sono tutte le condizioni per garantire gli approvvigionamenti di mercati, negozi e supermercati dove vanno evitati inutili e pericolosi affollamenti”, ha assicurato la Coldiretti dopo il decreto del Presidente del Consiglio che prevede la possibilità di uscire di casa per recarsi a fare la spesa di generi alimentari che rientrano tra le categorie che possono sempre restare aperte. L’ approvvigionamento alimentare, ha sottolineato ancora la Coldiretti, è garantito grazie al lavoro di 740mila aziende agricole, 70mila imprese di lavorazione alimentare e una capillare rete di distribuzione tra negozi, supermercati, discount e mercati.Una filiera che allargata dai campi agli scaffali fino alla ristorazione vale 538 miliardi di euro pari al 25% del pil e vede impegnati al lavoro 3,8 milioni di persone per garantire l’ approvvigionamento alimentare all’ intera popolazione nonostante il fatto che l’ espansione del Covid-19 stia provocando gravi difficoltà produttive, logistiche e commerciali a livello nazionale, senza dimenticare i pesanti danni di immagine e gli effetti del crollo del turismo che è sempre stato un elemento di traino del Made in Italy agroalimentare all’ estero, amplificato dallo stop forzato alle Fiere che sono un momento importante di promozione.”Un sistema centrale per il Paese che va sostenuto adeguatamente con misure straordinarie per dare continuità alle attività produttiva che a partire dalle campagne e dalle stalle con gli animali non si può fermare”, ha dichiarato il Presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, nel sottolineare la necessità di “un intervento diretto dell’ Unione Europea che non si può limitare ad autorizzare lo sforamento del deficit italiano, ma deve investire risorse proprie per accompagnare l’ impegno dei singoli Paesi”.D’ altra parte la crescita della produzione industriale italiana del +3,7% a gennaio è, purtroppo, solo un “fuoco di paglia”, destinato a spegnersi presto anche a causa della crisi determinata dall’ emergenza coronavirus, ha avvertito il Codacons, osservando che, rispetto al periodo pre-crisi, l’ industria italiana versa ancora in stato di grande sofferenza. Infatti, ha spiegato il presidente Carlo Rienzi, la produzione ha subito una riduzione di quasi il 20%rispetto ai dati registrati a gennaio 2008 e la crescita di gennaio è da attribuire unicamente al tracollo dell’ industria di dicembre. Non a caso su base annua la produzione continua a registrare segno negativo, -0,1%”. La situazione attuale determinata dal coronavirus avrà poi un inevitabile impatto sui dati dell’ industria “e ci aspettiamo dal governo misure forti ed efficaci per sostenere il settore che rischia una crisi senza precedenti, con ripercussioni enormi su occupazione e pil”, ha concluso Rienzi.Un rimbalzo a gennaio che anche per l’ Unione Nazionale Consumatori è solo un’ illusione ottica. “Dopo un tonfo come quello di dicembre, era altamente probabile una temporanea inversione di tendenza al rialzo. Ma è un’ illusione ottica. Lo dimostra il fatto che su base annua la produzione resta quasi stabile, scendendo dello 0,1%, mentre su base trimestrale c’ è un calo dello 0,9%, ossia il rialzo di oggi non basta per recuperare le perdite dei mesi precedenti”, ha notato Massimiliano Dona, presidente dell’ UNC. “Se poi consideriamo che non solo si è perso rispetto ai valori pre-crisi, ma anche rispetto ad appena due anni fa, il quadro è completo. Dal gennaio 2008, infatti, l’ industria segna un -19,5%, ossia si è perso quasi un quinto della produzione industriale, mentre per i beni di consumo durevoli la distanza rispetto a 12 anni fa è del 23,3%. La situazione è peggiorata, però, anche rispetto a gennaio 2018, con un gap da colmare dello 0,9%, che sale al 4,3% per i beni non durevoli”.

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