21 Giugno 2019

Soffocati da un fetore criminale

di Francesco Merlo N on c’ è nulla di più letterario degli odori della città, ma non c’ è nulla di meno letterario del nuovo fetore di Roma che è la putrefazione da cassonetto, l’ esalazione stagnante di mille tonnellate di spazzatura abbandonata attorno ai bidoni dell’ Ama, secondo i dati del Codacons. Ed è inutile il tentativo di farselo sparire di dosso, meno che mai di soffocarlo nell’ ammoniaca come fa Antonio, il portiere di piazza dei Carracci. E’ un odore con una forza dominante che si annuncia però a ventate rancide, a volte organiche e vegetali come attorno al mercato dell’ Esquilino dove i capelli subito si impregnano di un sentore leggero ma cattivo, come di pesce andato a male. Altre volte, come attorno ai locali di Ponte Milvio che si aprono eleganti a pochi metri dalle pattumiere sempre stracolme e mai lavate, restituisce l’ acido sudore dei corpi, l’ agro ascellare di pizza alla cipolla marcia. l con un servizio di Cecilia Gentile di Francesco Merlo segue dalla prima di cronaca Fetore umano insomma, quell’ eccesso di sale e di zuccheri nel sangue che diventa vapore tetro quando dai contenitori dell’ Ama debordano i vestiti vecchi e le scarpe rotte, gli stracci, i divani sventrati, la varia spazzatura di casa. E invece da piazza del Popolo sino al Maxxi e all’ Auditorium, lungo la via Flaminia, l’ asfalto caldo restituisce la putrefazione da cassonetto nella sua più precisa verità di tanfo identitario, non monnezza in libertà ma una conserva di miasmi stratificati, bidone di agre putrescenze non identificabili che è ormai l’ odore di Roma come l’ acqua è l’ odore di Venezia e come lo smog è ancora l’ odore di Milano. E’ vero però che a Castel Sant’ Angelo prevale la forza speziata della pipì di uomo. E sulla via Giolitti si sentono meglio i sudori, gli strafritti e la polvere densa, la puzza di tabacco, di alcol, di piedi e di rancore dei vagabondi che armano i loro giacigli tra i cassonetti, e per i quali non esiste la strada del ritorno, i nuovi miserabili che hanno spazzato via la mitologia e gli odori del povero buono e filosofo, del barbone- poeta. Dall’ altra parte di Roma, in piazza Mancini i gas di scarico degli autobus sempre meno coprono le nauseabonde cacche fresche d’ ogni origine, consistenza e quantità; e il tanfo caldo degli animali sventrati cova sotto l’ erba mai tagliata e già secca. E così la spazzatura fradicia non solo ha cambiato i paesaggi di Roma ma pure i suoi odori e di conseguenza anche la psicologia dei romani. Il nuovo fetore cancella anche la memoria delle trattorie di Aldo Fabrizi che non sono mai state pulite, è vero: ma vuoi mettere quell’ odoraccio di unto della sora Lella che stuzzicava l’ appetito con l’ odorino di topo arrosto che domina le stradine attorno a Piazza Navona? Nei famosi vicoli i tavoli invadano selvaggiamente spazio e nasi, e i camerieri tirano i passanti per la manica, proponendo loro di sedersi e di mangiare. E qualche volta avvicinano al viso una forchettata di spaghetti o un tocco di kebab. Insomma, bisogna chiudersi il naso a pinza, come faceva Montanelli quando votava: se infatti avete fame, vi passa. Dunque le persone si adeguano alle asprezze dell’ aria e diventano più cattive degli stessi odori. La testa fermenta come la spazzatura e la puzza corrode i nervi e produce deliri, gastriti, coliti, sbracatezza da locale pubblico, impudicizia da mutanda come quella esibita a Napoli dall’ avvocato Raffaele Capasso che pur di parlare con il premier Giuseppe Conte ( e chi sa chi dei due si sentiva di più in mutande) si è precipitato sul balcone senza vestirsi. Ma tutti hanno visto il mare che a Napoli pulisce l’ aria e che invece a Roma è un odore che non arriva più. Al suo posto arriva infatti quella turba di gabbiani che al mattino si addensa sull’ Altare della Patria scambiandolo per una rupe sull’ acqua: 60mila gabbiani in fuga dalle coste edificate, pennuti in picchiata con lo stesso furore che avevano le cavallette prima della carestia nell’ America degli anni trenta. I gabbiani producono feci abbondanti, un guano acido molto corrosivo e puzzolente che intacca seriamente il metallo, il marmo e la pietra e diffonde stabilmente nell’ aria un altro odore, fetido e pungente, che soprattutto in questi giorni di caldo diventa stagnante e conforta gli uccellacci del malaugurio mentre predano e mangiano piccioni e gatti. E’ un odore che inasprisce quello che emanano i cassonetti, è l’ odore di Roma che nessun ‘ re del naso’ ha ancora pensato di imprigionare come certe altre fetide essenze animali, le secrezioni dello zibetto e del castoro, per esempio, che da anni impegnano le ricerche dei raffinati chimici di Chanel e di Guerlain. Ma forse siamo così mal messi che le industrie olfattive non ci ritengono, noi cittadini di Roma, neppure all’ altezza di mutare il nostro odore da puzza in afrodisiaco. E dunque non ci sono ragioni di orgoglio e di riscatto nel respirare a pieni polmoni, passeggiando per Roma, l’ odore che invade e si prende la città degradata e sporca che gli uomini non riescono più a governare. E’ l’ odore di un gigantesco banchetto di microbi e di agenti patogeni. Hanno ragione il Codacons e i comitati di quartieri che presentano esposti alla procura per inquinamento ambientale, abbandono di rifiuti e omissione di bonifica. Tutti i cittadini dovrebbero denunziare per danni l’ Ama e il Comune. Il cattivo odore di Roma è peggio che un delitto, è un crimine nefando e odioso. k Via Bacchiglione La foto è di Francesca Castiglione. In alto via Ventura, davanti alla Protezione civile, foto di Michael Pergolani.

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