Sindacati e Regioni già contestano il decreto Balduzzi
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fonte:
- La Stampa
Soddisfatto Renato Balduzzi, ministro della Salute, è soddisfatto dell’ approvazione del decreto da parte del governo, sia pure in forma ridimensionata rispetto alla prima stesura E adesso viene il bello: il decreto Balduzzi sulla sanità passa alle Regioni, va spalmato sul territorio e deve fare i conti con tutte le sigle sindacali dei medici, degli infermieri, dei farmacisti, dei dirigenti e con la lesa maestà degli assessori regionali, che si sono sentiti spodestati della «giurisdizione» sulla più importante competenza regionale, con l’ aggravante della decretazione d’ urgenza. L’ ipotesi – minacciata già nei giorni scorsi – di ricorrere alla Consulta se sarà il caso, ha continuato ad aleggiare anche ieri sul ministero romano. Quale che sia il destino del decreto, il ministro Balduzzi, dopo aver passato una breve notte di riposo (il consiglio dei ministri era finito la sera prima alle 23,30 ed era stato seguito da una breve conferenza stampa), aveva cominciato già all’ alba a spiegare le nuove norme – 16 articoli per 12 provvedimenti – urbi et orbi, tramite Internet, le radio, le tv. «Per avere gli studi medici aperti 24 ore – aveva detto a “Radioanchio” – occorre una riorganizzazione delle cure primarie. Il binario però è tracciato, il principio è chiaro. Ora l’ attuazione è delle Regioni. Ma l’ impegno era porre un principio chiaro». Prima di questo appuntamento la sua voce – fioca di primo mattino – era giunta negli studi di Uno mattina, del Tg5, e di altre trasmissioni. Il ministro è apparso abbastanza soddisfatto del suo contrastato decreto, ridotto a 16 articoli dai 27 iniziali, ma con tutti i provvedimenti incassati, dai medici di famiglia full time ai dirigenti sottratti alle grinfie della politica (si vedrà poi quanto), dai succhi di frutta più ricchi al divieto rafforzato di vendere tabacco ai minori, eccetera. La sanità, però, è materia regionale, e quindi il ministro si è premurato di rassicurare che la sua è una legge-quadro, una specie di enciclica sanitaria, e che poi spetta alle Regioni vedere come tradurla in pratica. Quanto ai manager del settore, «si eliminerà l’ influenza della cattiva politica – ha promesso -, non l’ influenza della politica nel senso di una decisione che responsabilizza la Regione e i direttori generali». Vai a capire che cosa significherà questa norma, dato che nelle regioni gli assessori contano se possono mettere i loro uomini in sella, sennò chi se ne frega del cadreghino. «La Regione – ha detto il ministro per ribadire la questione – è chiamata a rispondere davanti agli elettori di una buona o cattiva sanità, e quindi ha tutto il diritto di dire che la scelte dei direttori generali non sia fatta da un altro. E infatti così non è: la scelta è fatta sempre dalla Regione, ma dentro un quadro di merito, un albo di idonei che sia valutato da un soggetto indipendente». La cosa che è piaciuta di meno è stata la formula: un decreto invece che un documento ecumenico frutto di concertazione: «Ci è parsa una forzatura ricorrere all’ urgenza – ha recriminato il presidente della Toscana Enrico Rossi -, lo faremo presente al Capo dello Stato». E comunque le Regioni avevano già annunciato un’ insofferenza per non essere state coinvolte, e non è detto che non ricorrano alla Consulta. «In Veneto – spiega il governatore Luca Zaia – i medici h 24 sono già realtà, così come la selezione manageriale». «Non ci siamo, e i cittadini purtroppo se ne accorgeranno presto», gli fa eco Roberto Formigoni, presidente della Lombardia. E via a seguire con il coro dei mugugni: per la Fofi (la federazione dei farmacisti) c’ è un «vizio di fondo», per i dirigenti medici dell’ Anaao Assomed sono presenti «novità non senza contraddizioni», per la Cgil siamo di fronte a «un atto debole e contraddittorio», e il Codacons deride perfino i succhi di frutta con più polpa. Anche la Cgil parla di «un atto debole e contraddittorio» Il ministro rassicura.
raffaello masci
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