24 Novembre 2019

SI SELFIE CHI PUÒ

 

Massimo M. Veronese Per chi vive nelle grandi città basterebbe entrare in una metropolitana qualsiasi. Fino a qualche anno fa c’ erano facce pensose, libri aperti, giornali da sfogliare, occhi negli occhi. Adesso gli occhi sono annegati dentro una scatoletta grande come un pacchetto di sigarette, le teste sempre abbassate come penitenti in preghiera, non incroci uno sguardo nemmeno se ti muovi, perché ora si guarda rapiti la scatola anche mentre si cammina, con il pilota automatico che ti porta dove devi andare, sbattendo addosso agli altri come un ubriaco. Fenomeni che non fai fatica a trovare negli uffici pubblici, sui treni, nelle file di ogni ordine e grado. Automi di ogni età che si sentono perduti senza la coperta di Linus dello smartphone tra le mani, intelligenze artificiali in cammino verso l’ età della pietra, che comunicano con quei geroglifici moderni che si chiamano emoji. Anche il Censis nei suoi rapporti denuncia la scomparsa nella vita sociale, ma non social, della comunicazione verbale fatta di gesti e espressioni, ormai sostituita da un’ asettica comunicazione virtuale fatta di post, hashtag e immagini senza emozioni. Ribellione zero anche se Sean Parker, fondatore di Napster e primo grande sponsor di Facebook, ora «obiettore di coscienza social», ha spiegato che i social medesimi vanno così forte perché «sfruttano la debolezza intrinseca della psicologia umana»; anche se Chamath Palihapitiya, responsabile crescita degli utenti di Facebook dal 2007 al 2011, ha confessato di sentirsi «tremendamente colpevole» perché «i circuiti viziosi a breve termine alimentati dalla dopamina, che abbiamo contribuito a creare, stanno distruggendo il modo in cui la società funziona». Pentiti ma inascoltati. Può uno scoglio arginare il mare? Il Codacons però ci prova. E per il 2020 ha creato un calendario di denuncia che mette sul banco degli imputati i social, il web, internet, il loro uso distorto, i fenomeni criminali, il cyberbullismo, la mercificazione della donna, l’ odio trasversale. E la dipendenza. Come l’ alcool, il fumo, le droghe. Attraverso 12 scatti realizzati dalla fotografa Tiziana Luxardo, e, come giura il Codacons «volutamente provocatori e disturbanti». Il calendario si intitola «Si selfie chi può» denuncia, dati alla mano, le conseguenze della dipendenza: disturbi psico-fisici, alterazioni anatomiche, problemi al sonno a depressione, comportamenti antisociali, disturbi dell’ alimentazione. Più di otto giovani sotto i 24 anni, cioè tre milioni e mezzo di ragazzi italiani, sta almeno quattro ore ogni giorno on line, quasi sempre dallo smartphone. Più l’ età si abbassa più aumenta la necessità di stare connessi: più della metà dei ragazzi tra i 15 e i 20 anni non riesce a prendersi una pausa da web e social e controlla lo smartphone in media 75 volte al giorno; sette su dieci lo fa addirittura fino a 110 volte al giorno. Praticamente una nevrosi ossessiva. È soprattutto, spiega sempre il Codacons, citando una ricerca americana, una questione di salute: negli Stati Uniti nella fascia che va dai 12 ai 15 anni di età, più i giovanissimi sono connessi più aumentano i casi di disturbi psico-fisici, squilibri nel sonno e dell’ alimentazione, comportamenti asociali e alterazioni anatomiche. Talmente assorbiti dal loro mondo social, da trascurare il mangiare, il dormire, il guardarsi attorno. Isolati in mezzo agli altri. Anche il Journal of Social and Clinical Psychology spiega come quelli che passano ore e ore sui social network possano sviluppare sintomi simili alla depressione che nascono dal continuo paragone con le vite degli altri, dal bisogno di contare i like per misurare il proprio valore. Forse una guerra perduta ma ancora tutta da combattere. Vie d’ uscita? Disattivare l’ account, darsi un tempo massimo per stare sul web, se è il caso chiedere aiuto, come si suol dire, a uno bravo. Ma una digital detox infallibile c’ è. Si chiama vita vera. Da gennaio a dicembre.

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