20 Maggio 2020

Si riapre ma è allarme caro prezzi

codacons prevede una stangata di 536 euro a famiglia
Lo schiaffo i vicentini lo hanno avuto lunedì mattina, euforici per il ritorno al bar pur con le dovute precauzioni, hanno trovato i listini prezzi modificati all’ insù: 1,30 euro un caffè, 1,80 un cappuccino, e così via. C’ è chi si è lamentato e chi tutto sommato ha giustificato il rincaro: tenere in attività un bar ha dei costi e quindi un ritocco alle consumazioni potrebbe giustificarsi. Ma quei tanti che hanno subito decurtazione ai propri redditi? Non si tratta, ovviamente, tanto del caffè quanto di un caro-prezzi che sembra stia arrivando e che rischia di colpire larghe fasce di cittadini. L’ assemblea dei gestori di bar di Vicenza che ha deciso di fare pagare di più il caffè è solo la punta dell’ iceberg, su cui potremmo tutti andare a cozzare, secondo l’ organizzazione dei consumatori, Codacons, che prevede una stangata di 536 euro a famiglia nel conto della spesa. «L’ Istat ha registrato- annota il Codacons nel suo allarme sul caro prezzi- un aumento del 2,8% in aprile nel settore alimentare, che è uno dei pochi a non avere mai chiuso i battenti. Nei prossimi giorni sono attesi rincari nell’ abbigliamento e nel comparto ristoranti, così come nei servizi per la cura della persona, in particolare parrucchieri ed estetiste. Altri aumenti riguarderanno alberghi e trasporti». Dice Carlo Rienzi, presidente Codacons: «Comprendiamo le difficoltà affrontate dal commercio, ma non è certo aumentando prezzi e tariffe che sarà possibile recuperare le perdite, al contrario i rincari allontaneranno gli italiani dal negozi e determineranno una contrazione dei consumi». Non solo Vicenza. Nel centro di Firenze una tazzina di caffè è arrivata a costare 1,70 euro, a Roma 1,50. A Milano il taglio dei capelli è passato, in media, da 20 a 25 euro. Il Codacons sta cercando di monitorare i prezzi ma in Liguria è intervenuta pure la Finanza per verificare gli aumenti anomali e proprio da Genova arriva l’ Sos di Furio Truzzi, presidente di un’ altra organizzazione di consumatori, Assoutenti: «Stiamo riscontrando un rincaro mediamente del 10-15% dei prezzi al consumo, dovuti soprattutto alle condizioni della logistica. Siamo preoccupati». In Sardegna è addirittura il governatore Christian Solinas a farsi sentire: «Non possiamo permettere che i sardi oltre al danno, cioè l’ essere rimasti chiusi in casa per molte settimane, subiscano anche la beffa dei rincari ingiustificati e aggiungerei offensivi. Le filiere alimentari rimaste aperte non hanno certo diminuito il fatturato. Anzi, hanno aumentato le vendite. Allo stesso tempo le forniture sono state continue e quindi non ci può essere alcuna giustificazione. Sto valutando, col rappresentante del governo in Sardegna, di emettere un’ ordinanza per consentire anche al Corpo forestale di effettuare controlli a campione nelle strutture commerciali e sanzionare pesantemente quanti speculano». Concorda il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà: «Da più parti ho raccolto segnalazioni su aumenti spropositati dei prezzi di beni di prima necessità. Ciò è inqualificabile, ogni speculazione va denunciata alle autorità». Anche secondo Coldiretti il carrello della spesa sta registrando un aumento rilevante per molti prodotti alimentari, in contrapposizione rispetto all’ inflazione che invece rimane piatta. La rilevazione è scioccante: in questi giorni paghiamo la frutta l’ 8,4% in più dello scorso anno, la verdura il 5% in più, il latte il 4,1% e i salumi il 3,4%. Esempi eclatanti? Il prezzo del cavolfiore è cresciuto del 233%, le zucchine dell’ 80%, le carote del 50%. Sugli scaffali dei supermercati la pasta è lievitata del 3,7%, i formaggi del 2,4%, le carni del 2%, il pesce surgelato del 4,2%%, l’ acqua minerale del 2,6%. L’ Unione consumatori ha compilato la classifica per città: al primo posto per rincaro dei generi alimentari è risultata Caltanissetta (+ 5,7%) seguita da Trieste (+5,3%). Ancora: Roma registra +3,3%, Torino +3,2%, Napoli +2,4%, Milano +1,8%, Bologna +1,6%. L’ Autorità garante per la concorrenza (Agcm) sta valutando eventuali aspetti speculativi e specifica: «Non tutti gli aumenti osservati appaiono riconducibili a motivazioni di ordine strutturale, come il maggior peso degli acquisti nei negozi di vicinato, la minore concorrenza tra punti vendita, le tensioni a livello di offerta causate dal forte aumento della domanda di alcuni beni durante il lockdown e dalle limitazioni alla produzione e ai trasporti indotte dalle misure di contenimento dell’ epidemia». Di qui la richiesta di informazioni e indagini su 3.800 punti vendita lungo la Penisola. Anche il carburante rientra nel caro-paniere. Da gennaio ad aprile le quotazioni del greggio sono crollate del 74% mentre il prezzo della benzina alla pompa è sceso solo dell’ 11% e quello del gasolio del 12,1%. Commenta Rienzi: «Certamente il peso delle tasse, che raggiunge il 70% su ogni litro di carburante, rallenta la discesa dei prezzi alla pompa, ma un tale squilibrio non è giustificabile. I petrolieri sembrano volere mantenere elevati i listini al dettaglio per recuperare i minori consumi di benzina e gasolio scesi ad aprile del 75%, ma a farne le spese sono i consumatori-automobilisti». Il ritorno alla normalità potrebbe quindi avere effetti pesanti sulle tasche delle famiglie, chiamate in pratica a pagare le maggiori spese di gestori, esercenti e commercianti per adeguarsi alle regole di sanificazione e sicurezza dei locali e a compensare la riduzione dei guadagni a causa del distanziamento sociale. Concludono le associazioni dei consumatori: «Le precauzioni per il riavvio sono una bomba sociale ed economica che potrebbe essere scaricata sui consumatori finali attraverso un incremento generalizzato di prezzi e tariffe». Insomma, i maggiori costi alla fine stanno ricadendo sui consumatori che per un cappuccino debbono mettere adesso sul bancone quasi 2 euro. © Riproduzione riservata.
carlo valentini

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this
WordPress Lightbox